18/09/2014: l’Australia arresta! – by Matteo Vergani

Il 18 settembre 2014 l’Australia si è svegliata con la notizia della più grande operazione anti-terrorismo mai condotta nel paese. Oltre 800 poliziotti hanno condotto una operazione sicronizzata all’alba in diversi quartieri di Sydney e in tre luoghi del Queensland (Brisbane, Logan e Underwood), al termine della quale 15 persone sono state arrestate a Syndey.

Nelle ore successive uno degli arrestati è stato accusato di terrorismo (il piano era quello di decapitare civili davanti alla telecamera e pubblicizzare le esecuzioni attraverso i canali mediatici dell’Islamic State)1, un altro per possesso di armi da fuoco, nove sono stati rilasciati e quattro sono ancora detenuti in attesa di essere formalmente accusati. A Brisbane nessuno è stato arrestato durante le operazioni del 18 settembre, ma otto giorni prima sono avvenuti altri due arresti (sempre a Brisbane) uno dei quali proprio per aver progettato un attacco terroristico sul suolo Australiano2. Anche Melbourne non è assente dalle operazioni anti-terrorismo: il giorno dopo i raid, il 19 settembre, la stampa riporta la notizia che i servizi segreti del paese (l’ASIO) avrebbero ritirato i passaporti di alcuni parenti di Benbrika, ex leader di una cellula terroristica locale arrestato nel 2009 per aver progettato un attacco in Australia3. Il rischio è proprio quello che partano per unirsi all’Islamic State, che esercita un fascino notevole in alcuni soggetti e gruppi che si riconoscono nell’Islam radicale. Proprio a questa fascinazione è probabilmente da imputare il piano degli attacchi, che avrebbe visto la decapitazione (marchio di fabbrica delle cartoline dell’Islamic State) e la diffusione dei video attraverso i canali dell’Islamic State per instillare paura nell’opinione pubblica australiana e spingere il governo a ritirare il supporto alla guerra di Obama. Un piano che non necessita grandi mezzi, nello stesso stile dell’uccisione di Lee Rigby a Woolwich nel maggio 2013 per mano di Michael Adebolajo e Michael Adebowale. Allo stesso tempo Abbott ha dichiarato che Mohammad Baryalei (importante membro Australiano dell’Islamic State) avrebbe chiesto al suo network di contatti in Australia di condurre esecuzioni dimostrative4. Inoltre uno degli arrestati sarebbe una figura chiave del reclutamento dell’Islamic State in Australia. Questo suggerisce un coordinamento maggiore con l’Islamic State, rispetto a una fascinazione mediata dai social network. Un ultimo tassello del puzzle è il fatto che (come dimostrano i già citati ritiri dei passaporti a Melbourne dei parenti di Benbrika) le cellule terroristiche australiane si sono finora sviluppate intorno a network familiari molto stretti. Tuttavia gli arresti del 18 settembre riguardano una cerchia più ampia e interetnica, il che suggerirebbe una evoluzione dell’estremismo islamico locale.

A uno sguardo d’insieme, il quadro generale è chiaro: tutte le principali città Australiane sono a rischio di atti di terrorismo. Come si può facilmente intuire, la discussione nella sfera pubblica australiana è tutta incentrata sul rischio che le comunità musulmane locali secondo alcuni potrebbero rappresentare per il paese, il che sposta la discussione di conseguenza sul fatto che queste minoranze possano sentirsi alienate dal clima di sospetto crescente nei loro confronti5. Tuttavia gli australiani non dovrebbero dimenticare (e in molti non lo dimenticano, soprattutto nelle forze di sicurezza) che è proprio grazie alla collaborazione delle comunità musulmane locali che la maggior parte dei complotti terroristici sono stati sventati prima che potessero realizzarsi (grazie ai cosiddetti progetti di ‘community policing’). Il valore del multiculturalismo, celebrato negli ultimi decenni in Australia, è sicuramente più praticato e in alcuni stati (come il Victoria) rispetto ad altri (come il New South Wales). Nelle istituzioni australiane c’è una diffusa consapevolezza che le minoranze siano un alleato fondamentale e non un nemico nella lotta al terrorismo. Questo è ad esempio il motivo per cui il presidente Tony Abbott utilizza nei media il termine ‘death cult’ per riferirsi all’Islamic State, invece di definirlo attraverso le lenti dell’Islam (ciò è ancora più significativo se pensiamo al fatto che Abbott è di destra e spesso utilizza una retorica simile a quella del Bush post 9/11, che viene recepita negativamente da diversi settori della società). L’equilibrio è ovviamente fragile, e il malcontento rischia di esplodere anche perchè molti musulmani australiani stanno lamentando episodi di razzismo e discriminazione in questi giorni proprio a causa dello stato di allerta nel paese. Tuttavia l’unica ricetta che può continuare a salvare l’Australia dal terrorismo è proprio l’integrazione e la collaborazione di tutte le minoranze a un obiettivo comune: la sicurezza del paese. Chi gioca a sfruttare politicamente il sospetto nei confronti delle minoranze musulmane gioca in una squadra diversa.

 

1http://m.theaustralian.com.au/in-depth/terror/terror-accused-omarjan-azari-had-unusual-level-of-fanaticism/story-fnpdbcmu-1227063354530#

2http://www.skynews.com.au/news/local/brisbane/2014/09/18/arrested-man–plotted-qld-terror-attack-.html

3http://www.theage.com.au/national/asio-seizes-passports-as-melbourne-terror-fears-grow-20140918-10iu2t.html

4http://www.smh.com.au/federal-politics/political-news/terror-raids-attack-feared-within-days-tony-abbott-says-20140919-10j337.html

5http://theconversation.com/mosques-muslims-and-myths-overcoming-fear-in-our-suburbs-31822