Category Archives: Sociology

05Jun/17

Torino: panico o comportamento corretto a risposta sbagliata? – by Davide Scotti

L’episodio di Torino è coerente con il clima di tensione cronica a cui ciascun cittadino occidentale è sottoposto ormai da diversi anni. Le numerose e continue descrizioni di eventi terroristici hanno reso un’esperienza prima alquanto rara oggi assolutamente probabile nell’immaginario collettivo e così un petardo oppure un rumore inatteso diviene ragionevolmente un attacco terroristico. Il significato degli eventi, dai suoni alle parole ai gesti, è strettamente legato alle esperienze personali e sociali e tanto più queste chiavi di interpretazione della realtà sono frequenti e recenti nella quotidianità e tanto più rapidamente vengono scelte per rispondere alla domanda del “cosa sta succedendo?”.

Subito dopo l’ondata che sposta tutti i presenti, ciascuno non agisce subito la fuga ma si guarda intorno cercando ogni indizio utile a risolvere l’incertezza aperta dall’imprevisto. Evidente tra la folla chi guarda il suo vicino, chi cerca di alzarsi sopra gli altri e chi torna a guardare la partita. Pochi ma preziosi istati che se orientati avrebbero permesso l’emergere di una risposta al “cosa sta succedendo?” più costruttiva. Già negli anni sessanta, alcuni psicologi dimostrarono il concetto di “prova sociale” secondo cui alla base di un azione o di un pensiero condiviso da molti ciascuno ritiene che ci sia un valido motivo: se tanti corrono allora è giusto correre. In questo senso, così come testimoniato dai presenti, ciascuno si comporta in accordo a quello che vede fare dagli altri, spesso i più vicini, e tante più persone agiscono quel comportamento e tanto più lo si considera valido. Nella piazza, i presenti erano anche animati da intense emozioni come entusiasmo ed eccitazione che hanno reso la comunicazione non verbale dei visi e dei corpi ancora più immediata accelerando un’azione senza pensiero. La condizione di gruppo, l’eccitazione e l’ormai presenza del terrorismo tra le possibili interpretazioni dell’imprevisto ha innescato il comportamento collettivo inadatto rispetto allo scenario reale ma probabilmente più efficace rispetto a quello immaginato.

La prevenzione e la gestione di situazioni analoghe è possibile?

I meccanismi sociali e psicologici che avviano le azioni in caso di paura sono anche quelli che possono promuovere comportamenti di riduzione del rischio e gestione della crisi. Se nel gruppo la risposta al “cosa sta succedendo?” è mediata da chi è accanto, allora ogni cittadino ha il potere di accrescere o ridurre il panico attraverso le proprie azioni. Colui o colei che non corre nello spostarsi o non grida rilancia un messaggio di calma tanto che recenti studi dimostrano che in caso di evacuazione la presenza di una persona ferma in prossimità dell’uscita riduce gli episodi di schiacciamento. La stessa “prova sociale” è un incentivo ad adeguarsi agli altri tanto nella corsa senza direzione quanto nel prestare soccorso. Tanto più un gruppo diventa numeroso tanto più diventa influente e di conseguenza una maggiore consapevolezza da parte di almeno un 20% dei presenti potrebbe indurre delle risposte al “cosa succede?” più realistiche e delle azioni più costruttive sia che si tratti di falso allarme e sia che si tratti di attentato terroristico. La migliore strategia di prevenzione è quindi quella di aiutare i cittadini a scegliere la calma della voce e dei gesti per sopravvivere e ad aiutare il vicino come azione alternativa alla pericolosa fuga. Maggiore è il numero di persone informate sulla responsabilità dei propri gesti e sui meccanismi psicosociali collettivi che intervengono nelle folle e più facilmente gli altri li considereranno competenti e quindi sceglieranno il loro comportamento come quello più in grado di risolvere l’incertezza. Lo scenario di rischio aumenta, infatti, il bisogno di leadership e la consapevolezza di poter aiutare gli altri incentiva l’assunzione di questo ruolo. Oggi la più diffusa strategia sembra essere “si salvi chi può” ma la vocazione sociale dell’essere umano può orientare facilmente al “uno per tutti e tutti per uno” se è tanto condivisa tra i presenti da diventare una nuova norma sociale di comportamento. Il contesto di rischio invoglierebbe molti a scegliere di adeguarsi piuttosto che rimane isolati agendo così un altruismo a-sociale quale Dispositivo di Protezione Collettivo. Già in altri scenari tragici, i sopravvissuti descrivono quanto la condivisione dell’esperienza con gli altri sia stata fondamentale per farli sopravvivere durante l’emergenza e successivamente per rielaborare in modo resiliente gli avvenimenti. L’altro, cioè ciascuno di noi, può rappresentare la morte, se corre e urla, oppure la vita, se attende e avvia comportamenti di collaborazione utili a salvare se stessi e il gruppo.

 

30Sep/16

The Charlotte social unrest violence: Why islamist terrorism is not the sole security threat – By Maria Alvanou

Since the attack of September 11, the U.S. took the lead in the struggle against terrorism. They did so dealing with it in the context of “war against enemies of the nation”, so that american citizens are protected from “external” threats that challenge the security of the country. This line of response set standards (legal, military, and police) that affected counterterrorism strategy globally. Yet it is not terrorist attacks, but social unrest violence that has been challenging seriously and repeatedly the domestic security of the country. Killings of members of the African American community by the police, as well as more generally the phenomenon of police brutality in relation to racial prejudice[1] have been the background for serious protests, violent riots, even “revenge shootings”[2]. Continue reading

01Oct/14

Notes on social media, big data and pandemics – by Chiara Fonio & Alessandro Burato

While diseases have historically received a significant amount of attention from the global public health community through the development of impressive surveillance systems, it seems challenging to assess whether big data really make a difference in real-time responses to pandemics. Continue reading

20May/13
CCTV Privacy

Videosorveglianza: profili sociologici, criminologici, culturali e giuridici nell’ottica smart city.

Il workshop , tenutosi il 24 maggio in Università Cattolica, ha analizza to l’utilizzo delle telecamere nel contesto nazionale dal punto di vista etico-sociale, criminologico, culturale e giuridico. La giornata è stata un momento di alto profilo accademico incentrato su un mezzo socio-tecnico ampiamente utilizzato in contesti urbani ma ancora empiricamente poco rilevante ris petto agli studi internazionali e ha forni to spunti di riflessione e ricerca a enti pubblici e cittadini in prospettiva di grandi eventi (EXPO 2015) e nell’ottica smart city. Sono disponibili la sintesi degli interventi e gli interventi dei relatori.

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30Nov/07

Generazione Youtube? – by Chiara Fonio

Il 7 novembre scorso abbiamo assistito all’ennesimo caso di violenza “scolastica”: un ragazzo di 18 anni, Eric Pekka uccide 7 studenti e la preside del liceo Jokula in Finlandia. La strage è immediatamente paragonata ai tristemente celebri fatti di Columbine (1999) e al recente massacro del Virginia Polytechnic Institute (aprile 2007). I carnefici e le vittime, soprattutto negli ultimi due casi, non sono solo accomunati dalla fascia di età ma anche da un particolare utilizzo di YouTube (http://www.youtube.com), il sito di video sharing più famoso della rete. Cho Seung-hui e Pekka Eric Auvinen, infatti, condivisero la loro follia omicida con tutto il mondo caricando nel primo caso un video testamento, nel secondo un vero e proprio annuncio del massacro.

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