Protest Egypt

Le prove d’Egitto (che se non risolte torneranno a essere piaghe). – by Marco Lombardi

La questione egiziana mette tutto il mondo di fronte ad alcune prove cruciali dalla cui risposta dipenderà molto del nostro futuro, prima dell’Italia e poi dell’Europa: quella della democrazia irriformabile e del coraggio; quella del potere e della politica; quella del jihad combattente e del terrorismo; quella del mediterraneo fiammeggiante.

La questione egiziana mette tutto il mondo di fronte ad alcune prove cruciali dalla cui risposta dipenderà molto del nostro futuro, prima dell’Italia e poi dell’Europa.

Quella della democrazia irriformabile e del coraggio.

I Fratelli Musulmani non sono mai stati dei bravi ragazzi: Morsi è stato affondato perché troppo occupato a consolidare il potere per la Fratellanza senza preoccuparsi da quanto si allontanava dalle aspettative degli altri egiziani. D’altra parte i Fratelli rappresentano l’Islam radicale che ha imparato a utilizzare uno degli strumenti della democrazia (le elezioni) per conquistare il potere pensando che, poi, per il potere legittimo detenuto si possano cambiare le regole che ne hanno reso possibile la conquista: la democrazia abolita dal voto democratico. E’ un progetto che ritorna spesso nei movimenti dell’Islam radicale che hanno trovato spazio nella competizione politica democratica, propugnando un chiaro programma che suona: “quando saremo maggioranza, per la regola democratica della maggioranza, aboliremo la democrazia”. La pavida democrazia occidentale non ha ancora saputo rispondere che la democrazia non è riformabile dall’interno, che essa non dispone degli strumenti dell’eutanasia e del suicidio ma che basta che un solo individuo affermi la sua democrazia per avere il diritto di difenderla fino in fondo.

Quella del potere e della politica.

La questione della “democrazia irriformabile” non risolta, ci mette molto in imbarazzo rispetto alla situazione egiziana perché un movimento opportunista, antidemocratico e radicale ha democraticamente assunto il  potere (i Fratelli) e, proprio a causa del punto precedente, la rimozione di Morsi assume il valore di un colpo di stato antidemocratico. Questo imbarazzo emerge nelle dichiarazioni non molto vibranti di condanna del colpo di stato da parte occidentale, che pure ha tolto di torno un potere scomodo e pericoloso. Alla difesa non sempre convinta della democrazia da parte occidentale, dunque, si contrappone un appoggio più o meno generalizzato dei Paesi Islamici al colpo di stato militare, così Arabia Saudita, Bahrain, Emirati Arabi, Iraq, Jordania, Kuwait, Libia, Siria, Sudan, Qatar a testimonianza che, tutto sommato, il potere nell’Islam non si trova a suo agio con le regole della democrazia. Rispetto all’Egitto dunque, il nodo stretto alla gola dei Paesi occidentali è che a) sarà loro rinfacciato di usare come paravento dei loro interessi il mantra democratico se appoggiano il governo nato dal colpo di stato b) l’Islam che rinfaccerà ciò alle democrazie è costitutivamente refrattario ad accettare le regole della democrazia.

Quella del jihad combattente e del terrorismo.

Già il 3 luglio, Mohamed al-Zawahiri, fratello del leader di al Qaeda Ayman al-Zawahiri, aveva chiamato gli islamisti al jihad contro l’esercito egiziano qualora questo fosse intervenuto contro Morsi. A questo punto è legittimo aspettarsi non solo una difficilissima situazione di piazza ma, soprattutto, il sapiente e certo utilizzo di ogni disordine da parte dei combattenti più radicali pronti a cogliere l’occasione per spingere il paese nel baratro, prima, del conflitto poi, forse, del più stretto regime islamico. Questa prospettiva è certamente favorita dall’apertura del “Corridoio di Derna”, che se finora permetteva il legame politico funzionale tra i Fratelli Musulmani di Egitto e di Libia e quello militare dei movimenti del jihad verso la Siria, oggi è la doppia porta – aperta a est (Libia) e a ovest (Egitto) – che definisce la centralità dell’esplosione jihadista nel Mediterraneo. Un jihad che non è immediatamente assimilabile al terrorismo – definizione “nostra” e spesso impropria perché culturalmente orientata e dunque inefficace per descrivere le situazioni più complesse – ma che certo cambierà in maniera drammatica i paesi Med almeno fino a come conosciuti finora.

Quella del mediterraneo fiammeggiante.

L’Egitto è un ulteriore tassello che va a comporre il puzzle dei paesi musulmani mediterranei in conflitto: la corona costiera fiammeggiante va pian pano a saldarsi dal Marocco alla Siria. La Primavera è sempre stata esplosione di energia, così anche per quelle arabe che troppo presto dall’Occidente hanno goduto di una valutazione positiva. Ma unica certezza è che l’energia, quando esplode, scaricandosi trasforma e si trasforma, ma in cosa non si sa. Quanto più l’energia liberatasi in Egitto si trasforma in lotta armata quanto più ne verranno attratti prima la Libia poi tutti i paesi magrebini. E forse, per la Libia è già troppo tardi: i Fratelli a Tripoli, politicamente mimetizzati da democratici ma in attesa di avere una occasione di accelerare la loro conquista del potere, potrebbero facilmente cogliere l’opportunità egiziana per coordinare le loro attività “cinetiche” dal Sinai all’Akakus. A questo punto neanche l’acqua del mare sarebbe più sufficiente a tenere lontane le fiamme.

Marco Lombardi