{"id":425,"date":"2009-06-30T09:43:51","date_gmt":"2009-06-30T09:43:51","guid":{"rendered":"http:\/\/www.itstime.it\/w\/?p=425"},"modified":"2014-07-30T09:45:36","modified_gmt":"2014-07-30T09:45:36","slug":"il-ciclone-nargis-considerazioni-un-anno-dopo-by-barbara-lucini","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.itstime.it\/w\/il-ciclone-nargis-considerazioni-un-anno-dopo-by-barbara-lucini\/","title":{"rendered":"Il ciclone Nargis: considerazioni un anno dopo &#8211; by Barbara Lucini"},"content":{"rendered":"<p>E\u2019 passato pi\u00f9 di un anno da quel 2 maggio quando il Myanmar[1], ex Birmania, e precisamente l\u2019area geografica dell\u2019Irrawaddy viene percorsa e percossa dal ciclone Nargis classificato di categoria 3. Il vento \u00e8 soffiato ad una velocit\u00e0 di 200 km\/h distruggendo al suo passaggio molte citt\u00e0 e villaggi della zona, in particolare la citt\u00e0 di Bogalay dove sono stati rasi al suolo quasi tutti gli edifici presenti, ed allagando Yangon con l\u2019ondata di piena che ha preso vita.<\/p>\n<p><!--more--><\/p>\n<p>La stima delle vittime e dei dispersi si aggira intorno alle 135.000 persone ed oltre due milioni di senzatetto.<\/p>\n<p>Questo evento critico permette di muovere alcune interessanti considerazioni, circa la gestione delle crisi ed i fattori in essa implicati.<\/p>\n<p>Prima di tutto viene riconfermata ancora una volta l\u2019importanza fondamentale, che ricoprono il contesto geografico, storico e culturale. Essi rappresentano tre aspetti che non possono mancare in un\u2019analisi di un disastro e ci\u00f2, per il ciclone Nargis emerge chiaramente.<\/p>\n<p>La geografia di questo Paese lo porta ad essere esposto, per collocazione e quindi per ragioni climatiche, al passaggio di cicloni ed altri eventi climatici di forte intensit\u00e0; l\u2019opinione degli esperti a questo proposito riflette l\u2019andamento generale delle riflessioni riguardanti i cambiamenti climatici: da una parte vi sono coloro i quali affermano, che tale evento ed in particolare la sua portata \u00e8 dovuto alla deforestazione delle mangrovie presenti sulle coste, cos\u00ec come \u00e8 stato anche sostenuto dal segretario generale dell\u2019Asean[2], l\u2019 Associazione dei Paesi dell\u2019Asia del sud est, Surin Pitsuwan.<\/p>\n<p>Dall\u2019altra parte si collocano coloro i quali non trovano ancora un\u2019effettiva e verificata corrispondenza, fra l\u2019intervento dell\u2019uomo sulla natura e nello specifico la modificazione del paesaggio naturalistico, e lo scatenarsi di eventi catastrofici, come il ciclone in questione.<\/p>\n<p>Questa condizione ambientale, si situa all\u2019interno di un sistema istituzionale e politico di decisa rilevanza.<\/p>\n<p>Prima di essere rinominato Myanmar, il Paese si chiamava Birmania e ha sempre dovuto lottare per il proprio riconoscimento ed indipendenza dagli inglesi prima, e dai giapponesi dopo.<\/p>\n<p>Nel 1962 mediante un colpo di Stato sale al potere il generale Ne Win, che porta alla nascita, nel 1974 della Repubblica socialista dell\u2019Unione di Burma, con presidente Ne Win.<\/p>\n<p>Nel 1988 un nuovo colpo di Stato porta le proteste studentesche e dei monaci buddisti ad essere represse nel sangue.<\/p>\n<p>Un primo vero segnale di cambiamento si ha nel 1990, quando la coalizione antigovernativa di Aung San Suu Kyi vince le elezioni; in tale occasione viene per\u00f2 impedito al parlamento di riunirsi. La giunta riprende il potere e sposta la capitale a Naypyidaw, consacrandola a luogo strategico e militare dal quale il generale Than Shwe continua a governare.<\/p>\n<p>Nel 2007 prendono vita nuove proteste dei monaci buddisti contro il caro vita e per l\u2019avvento di una effettiva democrazia: anche queste come le precedenti vengono sedate nel sangue.<\/p>\n<p>La visione internazionale di questo Paese rimane limitata a quella di una Nazione povera, che cos\u00ec per\u00f2 non era nell\u2019epoca della colonizzazione inglese, tanto che la Birmania era definita e conosciuta come \u201cla risaia del mondo\u201d, in quanto maggior esportatrice di riso.<\/p>\n<p>La situazione inizi\u00f2 a peggiorare con la presa del potere da parte della giunta militare, infatti nel 1987 l\u2019ONU inserisce la Birmania tra i Paesi pi\u00f9 poveri al mondo e poco da quel momento in avanti \u00e8 stato fatto, per cambiare le sorti di una popolazione destinata a vivere in mancanza di libert\u00e0 e di espressione dei propri diritti.<\/p>\n<p>I vigenti e forse prolungati arresti domiciliari di Aung San Suu Kyi, testimoniano che la situazione \u00e8 in fase di totale stagnazione, sia da un punto vista politico interno ed internazionale, sia da quello sociale ed umanitario.<\/p>\n<p>In questo ambito molte considerazione potrebbero essere condotte, nella sfera delle relazioni internazionali e delle possibilit\u00e0 reali di intervento da parte delle Nazioni Unite o degli altri organismi internazionali (tenendo presente la legittimit\u00e0 sovrana nazionale), ma fino a quando la giunta militare, che governa, non riconoscer\u00e0 le proprie colpe e mancanze, si potranno attivare aiuti umanitari per soddisfare bisogni materiali, mentre poco o nulla si potr\u00e0 fare per il godimento dei diritti umani di libera espressione.<\/p>\n<p>La circoscrizione degli interventi esterni, la presunta autarchia del proprio governo, il respingimento o esclusione delle organizzazioni umanitarie non governative, nella gestione operativa della crisi e dell\u2019immediato periodo successivo all\u2019impatto, le difficolt\u00e0 nelle relazioni internazionali e con le agenzie preposte al coordinamento internazionale degli aiuti mostrano, in tutte le loro concrete e drammatiche conseguenze sulla popolazione, che il discorso spesso assunto come scontato delle lead agency, ovvero dell\u2019attribuzione e dell\u2019organizzazione di ruoli e competenze nell\u2019area dei soccorsi e dell\u2019intervento in casi di emergenza, risulta peculiare in qualsiasi contesto, maggiormente in una dittatura militare come quella presente in Myanmar.<\/p>\n<p>Sebbene un momento di apertura si sia poi affacciato sullo scenario politico \u2013 internazionale, non bisogna per\u00f2 dimenticare la questione tempi.<\/p>\n<p>Per una popolazione pi\u00f9 vulnerabile da un punto di vista sociale, economico e politico come quella del Myanmar, la questione dei tempi di intervento risulta cruciale: il dibattito fra la possibilit\u00e0 o meno di intervento e la legittimit\u00e0 di chi doveva intervenire, legittimit\u00e0 politica-istituzionale, che affonda le sue radici in una storia molto lontana rispetto al nostro presente, ha sottratto tempo prezioso nella gestione dell\u2019emergenza, tempo qualitativamente determinante, come pu\u00f2 esserlo quello dell\u2019immediato post impatto.<\/p>\n<p>Questo periodo temporale \u00e8 importante per una molteplicit\u00e0 di aspetti, riconducibili a due aree:la prima attiene alla gestione operativa, mentre la seconda alla sfera organizzativa- sociale.<\/p>\n<p>Nella prima fanno parte le attivit\u00e0 di messa in sicurezza delle persone, l\u2019utilizzo di mezzi e strumentazioni, che permettano di trovare qualcuno ancora vivo sotto le macerie e l\u2019avvio dell\u2019organizzazione pi\u00f9 o meno strutturata dell\u2019apparato dei soccorsi sanitari.<\/p>\n<p>Nella seconda invece, si possono collocare le azioni rivolte al sistema comunicativo, al monitoraggio dell\u2019evento calamitoso ed al suo sviluppo, alla popolazione ed alla necessit\u00e0 organizzativa di ricostruire un frame socio-cognitivo, che sia efficace per la gestione degli stati emotivi di ansia e paura e permetta di prendere coscienza e dare senso a quanto appena accaduto.<\/p>\n<p>La forma di governo oltre ad influenzare le possibili strategie per la gestione di una crisi, influisce in un primo momento sulla concezione e percezione medesima del rischio, infatti le linee guida in merito alle possibili pratiche di prevenzione e previsione risentono in modo decisivo dell\u2019orientamento, che di esse viene dato da parte delle istituzioni.<\/p>\n<p>Cronaca di quei giorni informa, che l\u2019allarme sia stato dato dall\u2019India 48 ore prima del passaggio del ciclone: ragionevole tempo per la predisposizione delle necessarie e contestualizzate pratiche di prevenzione, qualora fossero state attivate, e la popolazione avesse ricevuto adeguata in-formazione in merito.<\/p>\n<p>Inoltre, non dimentichiamo che il ciclone ha colpito in un momento delicato della vita politica del Paese in quanto periodo di referendum, considerato alla luce della peculiare storia politica, prima accennata.<\/p>\n<p>Il Myanmar \u00e8 nota infatti per essere una Nazione con un forte tasso di corruzione e la giunta militare costituisce un organismo chiuso in s\u00e9 e dedito a mantenere il controllo della popolazione e delle minoranze, mettendo in atto ogni sorta di violenza fisica, psichica e morale. Un esempio proviene dall\u2019agenzia Asianews,[3] che denuncia la giunta militare, per avere barattato aiuti umanitari con il voto \u201cs\u00ec\u201d al referendum, che non si \u00e8 voluto rimandare se non di poche settimane, nelle zone maggiormente colpite.<\/p>\n<p>L\u2019approvazione della nuova Carta costituzionale \u00e8 avvenuta con il 92% di voti favorevoli, assicurando un quarto dei seggi in Parlamento ai militari.<\/p>\n<p>La giunta militare per\u00f2, non si \u00e8 sempre comportata con questa nota di chiusura rispetto agli altri Paesi; sembra infatti intrattenere rapporti di \u201ccollaborazione\u201dcon i Paesi aderenti all\u2019ASEAN.<\/p>\n<p>Rapporti di apertura con i Paesi occidentali si sono avuti in passato soprattutto quando gli U.S.A. hanno finanziato un programma per la salute e la lotta ad AIDS e HIV. Successivamente dato il perdurare della mancanza di rispetto dei diritti umani da parte della giunta militare nei confronti della popolazione, il programma \u00e8 stato sospeso e fra Stati Uniti e Myanmar i rapporti si sono vanificati.<\/p>\n<p>L\u2019Unione europea in questo evento si \u00e8 posta come spartiacque fra due posizioni prioritarie: da un parte vi \u00e8 l\u2019applicazione del meccanismo europeo di finanziamento ed aiuto in caso di calamit\u00e0 internazionali, e quindi un\u2019attivazione di fondi, contributi, mezzi e materiali da inviare al paese colpito[4]; dall\u2019altra l\u2019invio di volontari di vari Paesi e delle organizzazioni non governative, coinvolti sia nella distribuzione di beni di prima necessit\u00e0, sia nel coordinamento ed organizzazione degli aiuti sul luogo.<\/p>\n<p>L\u2019apertura agli aiuti internazionali, in particolare della Thailandia e dell\u2019ONU, non serve a placare le polemiche circa la gestione della crisi, la mancanza di allarme e quella di strategie di prevenzione e formazione della popolazione.<\/p>\n<p>In questo caso, lontano dall\u2019essere disgiunti, gli approcci tecnocentrici e quelli socio \u2013 antropologici possono aiutare nell\u2019analisi della percezione locale del rischio e della consapevolezza di vulnerabilit\u00e0, che un Paese pu\u00f2 acquisire.<\/p>\n<p>Ponendo come base fondamentale, che la percezione locale del rischio \u00e8 una pratica negoziata e raccontata fra gli abitanti di una specifica comunit\u00e0, l\u2019aumento dell\u2019uso delle tecnologie nell\u2019ambito della prevenzione e della previsione di potenziali eventi catastrofici, cos\u00ec come lo studio delle caratteristiche e delle tipologie di possibili agenti di impatto, presenti in quell\u2019ambiente ed in quel determinato sistema sociale, possono fornire un valido supporto nella determinazione delle mappe del rischio e delle possibili strategie preventive, gestionali, organizzative.<\/p>\n<p>Ci\u00f2 che \u00e8 pi\u00f9 mancato in questo evento, \u00e8 stata la consapevolezza che la popolazione, sulla quale ha impattato il ciclone Nargis era gi\u00e0 fortemente provata sotto il punto di vista sanitario, economico, sociale.<\/p>\n<p>Questa relazione ed influenza specifica \u00e8 stata messa in risalto anche dalla pubblicazione del rapporto 2009 dell\u2019ONU riguardante la situazione economica e sociale dell\u2019Asia e del Pacifico presentato recentemente a Bangkok dall\u2019Unescap,[5]<\/p>\n<p>Commissione economica e sociale delle Nazioni Unite per l\u2019Asia e il Pacifico, nel quale si presenta l\u2019attuale crisi sotto una triplice prospettiva: finanziaria, scelta di risorse e sviluppo sostenibile, clima.<\/p>\n<p>Ci\u00f2 che qui viene esplicitato \u00e8 la possibile relazione esistente fra povert\u00e0 ed allargamento della fascia di popolazione interessata da disoccupazione, nonch\u00e9 la correlazione di questi due elementi con la maggiore esposizione di questa specifica parte di popolazione alla vulnerabilit\u00e0, in termini di disastri naturali.<\/p>\n<p>Tale ipotesi, ancora tutta da esplorare e dimostrare, in parte non tiene in considerazione un altro aspetto importante nell\u2019ambito della gestione delle crisi in Paesi stranieri, ed in particolare nell\u2019area del Pacifico: la presenza di turisti in zone ad elevato rischio di calamit\u00e0 naturali. Questa specifica categoria di persone risulta anch\u2019essa fortemente vulnerabile, in quanto spesso possiede limitate conoscenze operative e formative, per eventi calamitosi naturali a forte impatto[6], il flusso turistico quindi, dovrebbe essere anch\u2019esso oggetto di una adeguata campagna in-formativa e preventiva.<\/p>\n<p>Come gi\u00e0 anticipato quindi, il ciclone Nargis ha avuto il drammatico merito di porre sotto l\u2019attenzione di tutti coloro i quali sono interessati a queste dinamiche, il fatto che nel nuovo millennio la gestione delle crisi, naturali o man made, non \u00e8 pi\u00f9 soltanto una questione di mezzi e uomini, ma si interseca in una rete di relazioni interne di dinamiche e meccanismi della popolazione e delle istituzioni coinvolte che hanno tutte il medesimo valore. Da un altro punto di vista le tematiche globali, come il cambiamento climatico o le relazioni con le agenzie internazionali pongono il problema della legittimit\u00e0 nazionale di intervento dei singoli Stati.<\/p>\n<p>L\u2019analisi concernente il ruolo dei mass media sulla scena internazionale indispensabile in ogni evento calamitoso, ha mostrato di poter essere suddivisa in due tempi.<\/p>\n<p>Poco dopo l\u2019impatto e la descrizione dell\u2019evento, della zona colpita e dei soccorsi messi in atto, l\u2019attenzione in un secondo momento, si \u00e8 spostata da un focus relativo al contesto ed alla gestione operativa dei soccorsi e degli aiuti, alle problematiche di ordine internazionale circa l\u2019accettazione o meno di aiuti internazionali.<\/p>\n<p>Le agenzie di informazione, che invece hanno mantenuto l\u2019attenzione sulle condizioni della popolazione e sull\u2019effettiva gestione del disastro sono state quelle a carattere umanitario o indipendente.<\/p>\n<p>Successivamente la notizia ha continuato ad essere al centro del sistema informativo, per un periodo relativamente breve rispetto a quanto avvenuto per altre catastrofi.<\/p>\n<p>Questo per una serie di motivazioni da ricordare: pochi giorni dopo il ciclone Nargis, il Sichuan, una regione della Cina \u00e8 stata colpita da un terremoto di forte intensit\u00e0, \u201cdeviando\u201d in un certo senso l\u2019attenzione delle agenzie comunicative verso il colosso cinese, gi\u00e0 al centro dell\u2019attenzione mondiale, dato che in agosto avrebbero avuto luogo i Giochi olimpici a Pechino; la difficolt\u00e0 di penetrazione nelle aree colpite, che non hanno funzionato, come spesso accade, da set per riprese e servizi sensazionali; la forma di governo, come prima ricordato, orientato all\u2019occultamento piuttosto che alla scelta del mondo visione, cos\u00ec come l\u2019analisi delle iniziative promosse per l\u2019aiuto alla popolazione colpita ha fatto emergere l\u2019importanza della definizione di partecipazione o meno al dramma di un popolo, in un\u2019ottica di out-group \/in-group.<\/p>\n<p>Ponendo un breve confronto fra quanto accaduto per lo Tsunami del 2004, ovvero l\u2019entit\u00e0 degli aiuti messi in campo da pi\u00f9 parti della societ\u00e0 civile, il ciclone Nargis evidenzia che l\u2019interesse di tale catastrofe si \u00e8 avuto da persone gi\u00e0 coinvolte nella agenzie territoriali presenti, come risulta dai rapporti di \u201cUnited Nations Office for the Coordination of Humanitarian Affairs. Myanmar Cyclone Nargis\u201d<\/p>\n<p>Infatti le Nazioni Unite periodicamente redigono rapporti sulle attivit\u00e0 di aiuto e coordinamento, che vengono organizzate da vari soggetti.[7]<\/p>\n<p>Per la tematica affrontata fin ora si sottolinea, che alcune delle attivit\u00e0 intraprese da organizzazioni nazionali riguardano la sfera del Disaster Risk Reduction Management ed in particolare attivit\u00e0 di formazione e capacity building per la comunit\u00e0 specifica e la popolazione.<\/p>\n<p>L\u2019aspetto che emerge con pi\u00f9 chiarezza e forza da questa breve analisi, riguarda la necessit\u00e0 dell\u2019esistenza di una base democratica, grazie alla quale ogni soggetto inteso individualmente e collettivamente, istituzionale e non, possa liberamente esprimere le proprie istanze.<\/p>\n<p>Indipendentemente quindi dalle considerazioni espresse prima circa gli aspetti operativi di soccorso e ripristino, sembra opportuno riflettere sulle condizioni politico \u2013 istituzionali del sistema interessato da una catastrofe.<\/p>\n<p>A questo proposito \u00e8 bene ricordare, che ogni evento critico, indipendentemente dalla tipologia dell\u2019agente impattante, porta con s\u00e9 elementi imprescindibili di distruzione, ma anche aspetti di novit\u00e0, ai quali si dovrebbe porre attenzione, perch\u00e9 risultano essere opportunit\u00e0 di cambiamento spesso insiti nel sistema colpito.<\/p>\n<p>Purtroppo la mancanza di democrazia in Myanmar \u00e8 sotto gli occhi di tutta la comunit\u00e0 internazionale, e il dubbio insinuato da un articolo della rivista missionaria \u201cMondo e Missione\u201d[8] ovvero che la popolazione di quella zona specifica non sia stata soccorsa, perch\u00e9 costituita da persone di etnia karen ed altre minoranze, tutte fortemente ostili all\u2019attuale regime dittatoriale, pone ancora pi\u00f9 interrogativi alla vicenda.<\/p>\n<p>Rimane per\u00f2 da sottolineare per principio di coerenza e legittimit\u00e0 di esistenza, il lavoro di ricostruzione e ripristino che \u00e8 stato attuato da pi\u00f9 parti: monaci tibetani, associazioni umanitarie cattoliche e non, la Myanmar Red Cross Society, organizzazioni non governative e vari soggetti del mondo del volontariato locale ed internazionale.<\/p>\n<p>La riflessione a questo punto si allarga, per coinvolgere e porre luce su una questione, che forse nei prossimi anni diventer\u00e0 cruciale per il crisis management internazionale: la relazione sempre pi\u00f9 diretta fra la messa in essere di best practices contestualizzate per determinati rischi territoriali, naturali o man made, e lo sviluppo sostenibile di Paesi poco sviluppati.<\/p>\n<p>Inevitabilmente ci\u00f2 porter\u00e0 alla nascita di considerazioni circa gli aspetti culturali, istituzionali e politici, con i quali le agenzie internazionali preposte alla prevenzione, previsione e riduzione di vulnerabilit\u00e0 per le catastrofi, dovranno dialogare.<\/p>\n<p>Nel caso specifico riportato, l\u2019ambiguit\u00e0 che ha caratterizzato i rapporti con il mondo esterno, nonch\u00e9 con gli enti preposti al soccorso \u00e8 risultata essere poco efficace e funzionale, nel raggiungimento degli obiettivi di soccorso, ricostruzione e ripristino, che dovrebbero essere insito in ogni programma di crisis management.<\/p>\n<p>Questa prima analisi non pu\u00f2 non riecheggiare le parole conclusive, quanto in un certo senso profetiche, al paragrafo riguardante il Myanmar nel libro \u201cIn Asia\u201d di Tiziano Terzani[9]: <em>La speranza \u00e8 che un cambiamento venga da fuori. \u201cIl mondo non pu\u00f2 dimenticarci\u201d, mi sono sentito dire varie volte durante questo viaggio. Il triste \u00e8 che il mondo sembra avere troppo tragedie per le mani per occuparsi anche di quella, lontanissima, di 42 milioni di abitanti d\u2019uno strano Paese ora chiamato Myanmar.<\/em><\/p>\n<p>In questo caso il cambiamento si \u00e8 originato da fuori, e si spera che ci\u00f2 porti ad un reale e concreto cambiamento della situazione.<\/p>\n<p>Inoltre, se da un lato il ciclone Nargis ha posto la questione e l\u2019attenzione verso una nazione ed un popolazione oppressa, dall\u2019altro lato pone la questione, ancora da esplorare, circa i movimenti solidaristici messi in atto dalle altre popolazioni in seguito a calamit\u00e0 avvenute in Paesi lontani dal nostro sia per distanza geografica, ma anche culturale, storica e politica.<\/p>\n<p><em>Barbara Lucini<\/em><\/p>\n<p>[1] Fonte cartina geografica: <a href=\"http:\/\/www.media.maps.com\/\">www.media.maps.com<\/a><\/p>\n<p>[2] <a href=\"http:\/\/www.asean.org\/\">www.asean.org<\/a><\/p>\n<p>[3] <a href=\"http:\/\/www.asianews.org\/\">www.asianews.org<\/a><\/p>\n<p>[4] Confrontare intervento Protezione civile italiana <a href=\"http:\/\/www.protezionecivile.it\/\">www.protezionecivile.it<\/a><\/p>\n<p>[5] <a href=\"http:\/\/www.unescap.org\/\">www.unescap.org<\/a><\/p>\n<p>[6] Questo aspetto \u00e8 risultato importante nello Tsunami del 2004, mentre nel caso del ciclone Nargis in questione assume meno rilevanza.<\/p>\n<p>[7] Per maggiori approfondimenti si consiglia di prendere visione del sito: <a href=\"http:\/\/myanmar.humanitarianinfo.org\/\">http:\/\/myanmar.humanitarianinfo.org<\/a><\/p>\n<p>[8] Chiara Zappa, <em>Myanmar, la congiura del silenzio. Nemmeno il ciclone apre i confini<\/em>, Mondo e Missione, Associazione PIMEdit Onlus, Milano, agosto-settembre 2008<\/p>\n<p>[9] Tiziano Terzani, <em>In Asia<\/em>, Longanesi&amp;C, Milano, 1998. p. 291<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>E\u2019 passato pi\u00f9 di un anno da quel 2 maggio quando il Myanmar[1], ex Birmania, e precisamente l\u2019area geografica dell\u2019Irrawaddy viene percorsa e percossa dal ciclone Nargis classificato di categoria 3. 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