{"id":4585,"date":"2019-01-09T17:02:51","date_gmt":"2019-01-09T15:02:51","guid":{"rendered":"http:\/\/www.itstime.it\/w\/?p=4585"},"modified":"2019-02-09T12:37:50","modified_gmt":"2019-02-09T10:37:50","slug":"cooperazione-e-cultural-diplomacy-resilienza-e-cultural-focal-points-by-marco-lombardi-e-barbara-lucini","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.itstime.it\/w\/cooperazione-e-cultural-diplomacy-resilienza-e-cultural-focal-points-by-marco-lombardi-e-barbara-lucini\/","title":{"rendered":"Cooperazione e Cultural Diplomacy: resilienza e cultural focal points \u2013 by Marco Lombardi e Barbara Lucini"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify;\">Le nuove forme di conflitto diffuso sollecitano strategie innovative di risposta sul piano politico e interrogano la cooperazione quale sistema di intervento adeguato alle nuove sfide.<!--more--><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em>Premessa.<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Una breve premessa, che contestualizza quanto sopra, sottolinea come la globalizzazione \u2013 di cui si parla quotidianamente \u2013 sia ancora <strong>un processo incompiuto e incompreso<\/strong>, che si tenta di contenere nei paradigmi interpretativi del passato senza fare il salto concettuale che comporta un cambiamento di per s\u00e9 radicale. Si potrebbe aggiungere che forse questo salto &#8220;non si \u00e8 voluto fare&#8221;, nella speranza di mantenere le forme di &#8220;ordine precedente&#8221;, corrispondenti a consolidati modelli cognitivi. Per questo la globalizzazione si spiega, in genere, come &#8220;complessit\u00e0&#8221;, dovuta all\u2019intensificarsi delle relazioni tra una rete sempre pi\u00f9 fitta di nodi, e come &#8220;omologazione&#8221;, diffusione di uniformit\u00e0 che garantisce relazioni lineari tra i nodi. In entrambi i casi, si interpreta la globalizzazione con paradigmi del \u201c<em>pre globale<\/em>\u201d, sognando la restaurazione, cio\u00e8 la normalizzazione e il ritorno, e non il cambio di un paradigma di comprensione del mondo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Che la globalizzazione sia interpretata in modo funzionale a trovare scuse per &#8220;rifiutare le novit\u00e0&#8221; che comporta emerge dal fatto che si rifiuta di applicare ai conflitti, le medesime prerogative &#8220;globalizzanti&#8221; di altri fenomeni: si accetta che essa produca aumento (circolarit\u00e0) di movimento di persone, di beni, di capitali, di informazioni\u2026 ma non di conflitti e di violenza. Eppure il mondo \u00e8 caratterizzato, sempre pi\u00f9, da quella forma di conflitto diffuso, pervasivo e delocalizzato che si chiama Guerra Ibrida, che coinvolge numerosi attori che, finora, &#8220;non potevano stare insieme&#8221; in un contesto di guerra che si manifesta sotto forma non convenzionale .<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Pur nella sintesi di una breve nota, queste righe di premessa richiamano alla necessit\u00e0 di trovare nuovi strumenti per la riduzione dei conflitti alla luce di differenti interpretazioni sistemiche a cui la globalizzazione rimanda. In tale prospettiva, la proposta \u00e8 di una rottura radicale con le vecchie strategie che, appunto, sottolineano complessit\u00e0 e omogeneit\u00e0 come caratteri e risultati qualificanti il sistema di relazioni.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Cominciamo a cambiare l\u2019idea di rete: i nodi non sono tutti eguali, n\u00e9 lo diventano, ma ogni nodo \u00e8 altamente specifico (diverso dagli altri nodi) e necessariamente in rete con gli altri nodi (dato oggettivo del processo di globalizzazione). In questo modo l&#8217;attenzione strategica per gestire il processo si sposta dai nodi ai loro legami: la chiave di accesso sono le relazioni, che devono essere in grado di gestire le differenze tra i nodi: le forme relazionali, i processi relazionali sono gli \u201celastici\u201d culturali e politici che permettono la forma reticolare delle diversit\u00e0.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La rete globale non omogeneizza un bel nulla, se non nella speranza della restaurazione di una forma di potere pre-globale, ma al contrario offre la possibilit\u00e0 di un governance delle diversit\u00e0 spostata dal &#8220;nodo&#8221; al &#8220;legame relazionale&#8221;, nella misura in cui si vuole e si pu\u00f2 vedere l&#8217;emergere del nuovo paradigma.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Questo spostamento concettuale non \u00e8 ancora avvenuto, tanto \u00e8 vero che <strong>sia il potere globale omogeneizzante sia il sovranismo locale dividente rispecchiano la lettura di eventi reali nuovi con paradigmi vecchi.<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">E&#8217; evidente che in questo momento ci troviamo in un sistema globale turbolento che cerca nuove forme di stabilit\u00e0 che devono essere affidate a nuove forme di &#8220;diplomazia&#8221;. Per queste caratteristiche generali, le identit\u00e0 locali sono degli ancoraggi cognitivi importanti, tanto da poter affermare che una risposta alla turbolenza si ha rinforzando le culture locali, intese come il serbatoio di identit\u00e0 che favorisce l\u2019interpretazione del cambiamento, in rete tra loro tramite un sistema cooperativo facilitante.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Purtroppo, la stessa cooperazione, intesa come strategia della diplomazia, \u00e8 intrappolata nel modo vecchio di vedere, a cui partecipa un sistema di relazioni internazionali e di teorie politiche superate, e non ha colto il cambiamento: essa persegue programmi e azioni che non sortiscono nulla perch\u00e9 guardano a un orizzonte che non pu\u00f2 pi\u00f9 essere quello offerto alla luce delle premesse di cui sopra.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La proposta qui abbozzata, concreta in termini di lavoro di ricerca e sul campo, \u00e8 di riposizionarsi verso un mondo reticolare fatto di nodi diversi tra loro, in relazione tramite legami capaci di contenere la diversit\u00e0, dove<\/p>\n<ul style=\"text-align: justify;\">\n<li>la resilienza culturale si struttura in una politica di governo locale;<\/li>\n<li>il mondo globale \u00e8 fatto di singolarit\u00e0 forti in rete, in cui cambia il modello egemonico;<\/li>\n<li>la cooperazione \u00e8 uno strumento di ri-negoziazione delle forme di potere;<\/li>\n<li>la Diplomazia Culturale \u00e8 lo strumento di navigazione per il difficile periodo di transizione che stiamo vivendo.<\/li>\n<\/ul>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em>Resilienza.<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In questo contesto di cambiamento, il concetto di resilienza, che nasce nelle scienze dei materiali per indicare la resistenza a rotture provocate da sollecitazioni dinamiche, indica la capacit\u00e0 di reagire di fronte a traumi, difficolt\u00e0, situazioni avverse di varia natura. Non solo: la resilienza acquista quel particolare carattere di proattivit\u00e0 per cui essa non significa solo resistenza di fronte a un urto, a un danno, a una situazione avversa, ma anche e soprattutto la capacit\u00e0 di riuscire ad auto-ripararsi dopo questo evento critico e di sapersi riorganizzare in modo positivo, produttivo ed efficace, dopo aver vissuto e affrontato la situazione difficile. In questo senso la promozione della resilienza, a livello sociale, di comunit\u00e0, non ha pi\u00f9 a che fare con \u201cla cura\u201d per ripristinare il livello di normalit\u00e0 dopo la crisi, ma sviluppa la capacit\u00e0 di affrontare le criticit\u00e0<a href=\"#_ftn1\" name=\"_ftnref1\">[1]<\/a>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Pertanto, il focus sulla resilienza culturale pu\u00f2 permettere una migliore e proattiva consapevolezza degli stereotipi e dei pregiudizi, fattori di vulnerabilit\u00e0, che operano nei contesti conflittuali o in aree di crisi<a href=\"#_ftn2\" name=\"_ftnref2\">[2]<\/a>: la conoscenza e la valorizzazione delle differenze pu\u00f2 quindi essere un\u2019importante chiave di accesso per il sostegno alle vie di riconciliazione.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La sua intrinseca caratteristica di flessibilit\u00e0, rende <strong>la resilienza un fattore culturale e un criterio di analisi<\/strong> adattabile anche alla gestione di fenomeni estremi e violenti, applicando una prospettiva antropologica e socio-culturale. Sempre pi\u00f9 spesso infatti, assistiamo da differenti fonti alla descrizione di fenomeni violenti, estremisti, che affondano le loro radici nelle motivazioni pi\u00f9 disparate, molte delle quali spesso non riconducibili ad un contesto a noi conosciuto.\u00a0 Proprio per queste ragioni si impone una riflessione pi\u00f9 ampia, di natura socio-antropologica circa il ruolo strategico, metodologico e operativo che l\u2019abilit\u00e0 di gestire criticit\u00e0 e cambiamento, ovvero la resilienza, pu\u00f2 offrire in contesti differenti, ma pur sempre polarizzati e caratterizzati da una pi\u00f9 o meno esplicita violenza inter-gruppo e interculturale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Un approccio rilevante in questo ambito concerne la promozione di resilienza delle comunit\u00e0 attraverso la considerazione del patrimonio culturale e delle pratiche culturali. A questo riguardo uno studio basato sul progetto CURIOS &#8211; Cultural Repositories and Information Systems[1] ha avuto come scopo quello di dimostrare come il patrimonio culturale possa costruire resilienza collettiva e di comunit\u00e0. Lo studio \u00e8 particolarmente utile perch\u00e9 considera le varie e diverse attribuzioni di senso del luogo che le singole comunit\u00e0 possiedono, ponendo anche in risalto come in questo contesto sia necessario situare le azioni di ricerca nel proprio ambito geografico \u2013 culturale promuovendo quello che Franklin et al. (2011)<a href=\"#_ftn3\" name=\"_ftnref3\">[3]<\/a> hanno definito <em>social geographies of resilience<\/em>. Quindi, l\u2019importanza delle geografie di resilienza \u00e8 direttamente legata al senso storico, collettivo di identit\u00e0 che del luogo ne vengono dati. In questo modo, il lavoro della memoria diventa essenziale per pi\u00f9 ambiti di lavoro:<\/p>\n<ul style=\"text-align: justify;\">\n<li>promozione di best practices per meglio comprendere le pratiche di riduzione del rischio e quelle di prevenzione attraverso la valorizzazione delle prospettive culturali presenti;<\/li>\n<li>promozione di pratiche di riconciliazione, riduzione e gestione dei conflitti attraverso la considerazione del patrimonio culturale tipico delle comunit\u00e0 coinvolte nei conflitti.<\/li>\n<\/ul>\n<p style=\"text-align: justify;\">In questo modo la resilienza culturale diventa un driver importante di azione nell\u2019ambito del crisis management in zone di conflitto, in particolare focalizzandosi su:<\/p>\n<ul style=\"text-align: justify;\">\n<li>la promozione del patrimonio culturale e della resilienza attraverso la valorizzazione dei saperi locali e la loro divulgazione<\/li>\n<li>la promozione di pratiche di riconciliazione, di resilienza di comunit\u00e0 e gestione dei fenomeni violenti, estremi e polarizzati, mediante una conoscenza culturale dei pregiudizi e degli stereotipi che alimentano tali visioni estreme e i conflitti violenti<\/li>\n<\/ul>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em>Cultural Focal Points.<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il cambiamento culturale\u2013interpretativo, i fattori di crisis management, la specificit\u00e0 della resilienza possono essere declinati nel nuovo strumento definito <strong>Cultural Focal Points<\/strong> (CFP): insieme di raccolte rappresentative della cultura materiale e immateriale di una specifica comunit\u00e0 locale e di attivit\u00e0 di <strong>riproduzione della cultura<\/strong> locale, affinch\u00e9 diventino motori propulsori di iniziative di scambio culturale, promozione del dialogo e della conoscenza reciproca tra le varie realt\u00e0 etniche coinvolte.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La ricaduta positiva di questo tipo di azione si ritrova nella consapevolezza della conoscenza delle proprie radici quale strumento di promozione del dialogo e della pace. Negli ultimi decenni \u00e8 di molto aumentata l\u2019insistenza, e il peso, della cosiddetta Public Diplomacy nel contesto delle pratiche di governo delle relazioni internazionali: il \u201csoft power\u201d si \u00e8 affiancato all\u2019 \u201chard power\u201d tradizionale soprattutto nelle aree di conflitto, offrendo nuovi strumenti per la gestione delle crisi per identificare percorsi non conflittuali. Ancor pi\u00f9 negli ultimi anni, soprattutto con lo svilupparsi delle moderne diffuse e pervasive tecnologie della comunicazione, al termine di Public Diplomacy si \u00e8 affiancato quello di <strong>Cultural Diplomacy<\/strong>. Infatti, le ICT (Information and Communications Technology) hanno dato un ruolo potenzialmente rilevante alle culture nazionali, intese come sistemi di conoscenza, credenze, arti, comportamenti, indirizzi etici e morali, o ogni altro oggetto anche immateriale costruito da una comunit\u00e0. In questo contesto la Cultural Diplomacy offre strumenti per strategie che mirano alla costruzione di ponti e relazioni tra comunit\u00e0 appartenenti a diverse culture, per promuovere reti e ambiti di governo dei fenomeni condivisi, che sappiano superare i confini nazionali sia della geografia fisica (ambito dell\u2019hard power) sia della geografia virtuale (ambito del soft power).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il Cultural Focal Point \u00e8:<\/p>\n<ul style=\"text-align: justify;\">\n<li>statico: pu\u00f2 essere paragonato a un museo, nella misura in cui rappresenta processi culturali e mostra artefatti;<\/li>\n<li>dinamico: \u00e8 un luogo di incontro in cui si riproduce ci\u00f2 che si preserva, favorendo il dialogo e la trasmissione verticale della memoria insieme all\u2019apprendimento del \u201ccome fare\u201d;<\/li>\n<li>singolare: sottolinea le peculiarit\u00e0 culturali di una singola comunit\u00e0, che rafforzando la propria identit\u00e0 acquistano consapevolezza e resilienza che si esprimono come \u201cnodo compente\u201d della rete globale;<\/li>\n<li>plurale: perch\u00e9 ogni cultura si ritrova nella relazione necessaria con gli altri nodi (culture) della rete, mantenendo reciproche relazioni funzionali.<\/li>\n<\/ul>\n<p style=\"text-align: justify;\">Lo strumento Cultural Focal Point (CFP) si realizza in uno \u201cspazio contenitore\u201d il cui obiettivo \u00e8 raccogliere, valorizzare, mantenere, riprodurre e comunicare i segni della cultura materiale (oggetti) e immateriale (canti, danze, riti, narrazioni, cucina e medicina tradizionale, modi di pensare, etc.) di una specifica comunit\u00e0.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Questa prospettiva propone una nuova sistematizzazione teorica di un modello di cooperazione dinamico e resiliente in linea con i cambiamenti della societ\u00e0, in cui i Cultural Focal Points si relazionano in modo stringente alla Cultural Diplomacy, in un contesto teorico di riferimento dove la resilienza culturale dialoga metodologicamente con i principi applicativi chiave del crisis management.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><a href=\"#_ftnref1\" name=\"_ftn1\">[1]<\/a> B.Lucini (2014), Disaster Resilience from a Sociological Perspective Exploring Three Italian Earthquakes as Models for Disaster Resilience Planning, Springer International Publishing, Springer International Publishing Switzerland<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><a href=\"#_ftnref2\" name=\"_ftn2\">[2]<\/a> B.Lucini (2014), Multicultural approaches to disaster and cultural resilience. How to consider them to improve disaster management and prevention: the Italian case of two earthquakes, Vol. 18 Procedia Economics and Finance, Science Direct, Available online at www.sciencedirect.com<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><a href=\"#_ftnref3\" name=\"_ftn3\">[3]<\/a> Franklin, A., Newton, J., McEntee, 2011. Moving beyond the alternative: sustainable communities, rural resilience and the mainstreaming of local food. Local Environ. Int. J. Justice Sustain. 16 (8)<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Le nuove forme di conflitto diffuso sollecitano strategie innovative di risposta sul piano politico e interrogano la cooperazione quale sistema di intervento adeguato alle nuove sfide.<\/p>\n","protected":false},"author":2,"featured_media":4586,"comment_status":"closed","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[25],"tags":[403,219,231,404,103],"class_list":["post-4585","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-policy","tag-cooperation","tag-crisis-management","tag-globalization","tag-international-relations","tag-resilience"],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.itstime.it\/w\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/4585","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.itstime.it\/w\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.itstime.it\/w\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.itstime.it\/w\/wp-json\/wp\/v2\/users\/2"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.itstime.it\/w\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=4585"}],"version-history":[{"count":4,"href":"https:\/\/www.itstime.it\/w\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/4585\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":4590,"href":"https:\/\/www.itstime.it\/w\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/4585\/revisions\/4590"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.itstime.it\/w\/wp-json\/wp\/v2\/media\/4586"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.itstime.it\/w\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=4585"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.itstime.it\/w\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=4585"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.itstime.it\/w\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=4585"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}