{"id":482,"date":"2005-01-04T10:35:24","date_gmt":"2005-01-04T10:35:24","guid":{"rendered":"http:\/\/www.itstime.it\/w\/?p=482"},"modified":"2014-07-30T10:36:16","modified_gmt":"2014-07-30T10:36:16","slug":"tsunami-coinvolti-dal-disastro-by-marco-lombardi","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.itstime.it\/w\/tsunami-coinvolti-dal-disastro-by-marco-lombardi\/","title":{"rendered":"Tsunami, coinvolti dal disastro &#8211; by Marco Lombardi"},"content":{"rendered":"<p>A circa una settimana di distanza dallo tsunami di Santo Stefano si pu\u00f2 cominciare a fare alcune considerazioni circa le modalit\u00e0 di risposta al disastro che si sono sviluppate globalmente. La questione \u00e8 complessa perch\u00e9 suscita \u2013 soprattutto tra gli addetti ai lavori del crisis management \u2013 un dibattito che durer\u00e0 nel tempo, toccando una molteplicit\u00e0 di aspetti differenti e rilevanti.<\/p>\n<p><!--more--><\/p>\n<p>Cominciamo dalla <strong>questione della prevedibilit\u00e0<\/strong>. Certamente uno tsunami \u00e8 prevedibile, perch\u00e9 esso \u00e8 la conseguenza di un evento disastroso precedente che \u00e8 rilevato, tipicamente un terremoto di una certa magnitudo avvenuto in una specifica area (forte terremoto sottomarino). L\u2019onda ne \u00e8 la conseguenza. Tuttavia, <em>la diramazione di un allarme preventivo non \u00e8 scontata per ragioni tecnologiche e sociologiche<\/em>. I paesi del Pacifico hanno sviluppato un sistema di allarme che in parte funziona: il Giappone dispone, per esempio, di altoparlanti costieri e di allarmi radio che informano la popolazione del pericolo in poco tempo &#8211; anche solo 20 minuti di anticipo sugli tsunami che si verificano in prossimit\u00e0 -. <strong><em>Ma perch\u00e9 il sistema funzioni \u00e8 necessario disporre di una tecnologia anche semplice di diffusione del messaggio, di un sistema di distribuzione dell\u2019informazione tra i tecnici che con i loro strumenti prevedono lo tsunami e le autorit\u00e0 che hanno il compito di decidere se e come diramare l\u2019allarme, di istituzioni che si assumono la responsabilit\u00e0 di mobilitare la popolazione e di una popolazione che \u00e8 disposta ad ascoltare le istituzioni per attivare comportamenti anche immediatamente difficoltosi<\/em><\/strong>. Rispetto all\u2019area coinvolta la dimensione tecnologica \u00e8 la pi\u00f9 semplice da realizzare in termini di costi e di tempi. La dimensione sociale, invece, \u00e8 frutto di una lunga sedimentazione del rapporto fiduciario tra la popolazione e le istituzioni: un processo che affonda le sue radici nella cultura (di governo) del paese e che comunque richiede tempi lunghi per essere realizzato. Dunque, se il dibattito in s\u00e9 \u00e8 opportuno \u00e8 assolutamente fuorviante affrontarlo solo in termini tecnologici. Il concetto di disastro e di emergenza insieme alle tecnologie della comunicazione che veicolano l\u2019allarme sottolineano come la questione sia in riferimento a un sistema socio-tecnico, in cui entrambi gli aspetti sono molto rilevanti. Il dibattito sulle <strong>dimensioni dell\u2019impatto del disastro<\/strong>. Su questo aspetto percettivo la comunicazione ha fortemente puntato i riflettori. I media, e non solo, insistono sul numero di vittime, indugiando su quelle he hanno coinvolto i bambini di questi paesi. Oggi (4 gennaio) si parla di un terzo delle vittime costituite da bambini. Se si verificano le statistiche demografiche dell\u2019Indonesia (cfr. censimento 2000 su http:\/\/www.bps.go.id\/index.shtml) si nota come il 30,4% della popolazione sia costituita da persone tra 0 e 14 anni. Per quanto riguarda lo Sri Lanka (dati 2001 su http:\/\/www.statistics.gov.lk) alla medesima popolazione corrisponde circa il 27%. Pertanto, le perdite di giovani vite dipendono non da una \u201cstrategia dell\u2019onda assassina\u201d ma dalle caratteristiche della popolazione esposta al rischio. Ma anche dal punto di vista strettamente economico, se per esempio consideriamo lo Sri Lanka, l\u2019evento \u00e8 importante ma non estremo: il grande porto di Colombo era pienamente operativo in 24 ore; il Paese prevede un incremento del PIL di circa il 5% annuo e le attivit\u00e0 sconvolte dallo tsunami sono soprattutto il turismo e la pesca, di cui la prima incide sul PIL per il 4% e la seconda per il 2% (cfr. Asiatic Development Bank). Inoltre l\u2019onda ha colpito una ampia fascia costiera, da cui le numerose vittime, ma ha risparmiato \u2013 come sempre in questi casi \u2013 l\u2019entroterra a partire da mediamente 500 metri dalla costa. Rispetto ad entrambe le questioni (da un lato numero di vittime e percentuale di minori coinvolti, dall&#8217;altro entit\u00e0 del disastro economico e modalit\u00e0 di ricostruzione), dunque, appare molto sensato l\u2019indirizzo che emerge dai paesi colpiti, orientati a ottenere soprattutto aiuti economici da gestire all\u2019interno di percorsi di sviluppo, che implicitamente l\u2019emergenza suggerisce, coordinati dai medesimi paesi (cfr. la posizione indiana) o dagli organismi internazionali (cfr. Asiatic Development Bank) e l\u2019indicazione a frenare la corsa a improbabili adozioni internazionali. All\u2019interno di uno specifico contesto di gestione dell&#8217;emergenza, la questione dell\u2019impatto che ha avuto in Italia e negli altri paesi occidentali non \u00e8 affatto secondaria. Lo sforzo mediatico \u00e8 stato immenso e lo tsunami, in un contesto di diffuso \u201cspirito del Natale\u201d, ha fornito a tutti un facile impegno caritativo confacente con il calendario. Encomiabile ma non immune da doverose riflessioni. Da cosa \u00e8 stato determinato il particolare livello percettivo intorno all\u2019evento e, conseguentemente, il suo regime comunicativo? Innanzitutto, l\u2019interesse si \u00e8 mobilitato per i connazionali presenti nell\u2019area: la prossimit\u00e0 delle potenziali vittime ha aumentato la preoccupazione e la partecipazione mediatica al disastro. In secondo luogo lo sconvolgimento ha riguardato paesi considerati poveri: come se questa caratteristica fosse una forma di tutela, dimenticando la teoria del \u201ccumulo degli svantaggi\u201d. Non solo, sono coinvolti paesi verso i quali si confondono sensi di colpa collettivi per un passato di sfruttamento e un presente di destinazione ricreativa economicamente vantaggiosa e, spesso, eticamente dubbia. Non da ultimo, il disastro ha sconvolto le vacanze, un periodo in cui i mali sono esorcizzati per definizione. Ma in particolare, il fatto che lo tsunami sia un disastro di origine naturale e non un cosiddetto <em>man made disaster<\/em> \u00e8 stato determinante per mobilitare l\u2019attenzione e gli sforzi internazionali. Infatti, in questo specifico caso non vi sono responsabilit\u00e0 politiche n\u00e9 ideologiche che permettano di distinguere le posizioni tra i paesi. Se nella prima parte di queste considerazioni si \u00e8 cercato di inquadrare il disastro del 2004 rispetto ai caratteri dell\u2019area colpita, ora sembra opportuno fornire alcuni dati per contestualizzarlo rispetto ad \u201caltri disastri\u201d recenti. Negli ultimi mesi si \u00e8 sentito parlare della crisi in Darfur: stimiamo circa 100.000 morti, anche in questo caso soprattutto fasce deboli della popolazione, e circa un milione e mezzo di profughi, senza casa e senza cibo. Negli ultimi anni si \u00e8 sentito parlare della crisi dei Laghi e del Rwanda: si stimano circa 300.000 morti per cause dirette e 900.000 per cause indirette del conflitto, con almeno due milioni di profughi. Perch\u00e9 dunque, tanta differenza di coinvolgimento e interesse sia a livello personale sia a livello istituzionale? Soprattutto perch\u00e9 nel caso dello tsunami la percezione della fatalit\u00e0 democratica del disastro naturale premia rispetto alla consapevolezza delle responsabilit\u00e0 causali (individuali e collettive) degli altri disastri appena citati. In conclusione, come tecnico della crisi credo sia fondamentale leggere quanto \u00e8 accaduto per intraprendere un\u2019azione coordinata a livello globale volta a ridurre la vulnerabilit\u00e0 di sistemi lontani, ma sempre pi\u00f9 interdipendenti, sulla base di considerazioni che utilizzano tutte le informazioni disponibili e non solo quelle pi\u00f9 appariscenti. E come uomo di questo mondo globale, non posso che interrogarmi sulle \u201cdimenticanze\u201d che promuovono tanta diversit\u00e0 di comportamenti, e conseguentemente di intervento e risultati, di fronte a emergenze altrettanto gravi e drammatiche.<\/p>\n<p><em>Marco Lombardi<\/em><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>A circa una settimana di distanza dallo tsunami di Santo Stefano si pu\u00f2 cominciare a fare alcune considerazioni circa le modalit\u00e0 di risposta al disastro che si sono sviluppate globalmente. 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