{"id":490,"date":"2004-01-15T10:45:29","date_gmt":"2004-01-15T10:45:29","guid":{"rendered":"http:\/\/www.itstime.it\/w\/?p=490"},"modified":"2014-07-30T10:48:24","modified_gmt":"2014-07-30T10:48:24","slug":"un-futuro-per-il-kurdistan-by-marco-lombardi","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.itstime.it\/w\/un-futuro-per-il-kurdistan-by-marco-lombardi\/","title":{"rendered":"Un futuro per il Kurdistan &#8211; by Marco Lombardi"},"content":{"rendered":"<p>Il commento che segue si basa sulle interviste raccolte durante la missione di studio in Iraq svolta tra l\u2019agosto e il settembre 2003. Partita da Amman per Baghdad, la missione si \u00e8 concentrata tra le citt\u00e0 di Erbil, Kirkuk e Sulaimani, permettendo ampi movimenti nell\u2019area controllata dal Partito dell\u2019Unione Kurda (PUK) fino ai confini con l\u2019Iran. Tra le numerose interviste quelle pi\u00f9 significative rispetto al tema qui trattato e a cui far\u00f2 ampio riferimento nel seguito, sono state raccolte in colloqui privati con Barham Salih primo ministro del PUK; Narmin Othman, ex ministro dell\u2019istruzione; Sherko Bekas, ex ministro della cultura e noto poeta; Hikmat Mohammad Karim \u201cBaxtiar\u201d, responsabile dell\u2019unione sindacale kurda; Rizgar Ali, responsabile del PUK a Kirkuk. Ulteriori informazioni sono state raccolte durante una missione in Iran nel gennaio 2004, presso l\u2019Institute for Political International Studies e il Centre for Strategic Research.<\/p>\n<p><!--more--><\/p>\n<p>Il Kurdistan Iraqeno: la terra dei Medi dove, sull&#8217;alto e medio corso del Tigri e dell&#8217;Eufrate, la Bibbia collocava l&#8217;Eden, il paradiso terrestre. In qualche modo il Kurdistan \u00e8 la culla della civilt\u00e0, situata nella lunga striscia che corre al confine fra Turchia, Iran, Iraq e Siria: i quattro stati che nel 1923 si videro assegnare dalle potenze vincitrici della Prima Guerra Mondiale altrettante frazioni dell&#8217;unit\u00e0 territoriale, linguistica e storico-culturale kurda. Da allora, esclusa\u00a0 l\u2019esperienza della Repubblica di Mahabad (1946) nel Kurdistan iraniano, fino al 1992, cio\u00e8 fino a dopo la Prima Guerra del Golfo, in Kurdistan non sono mai state possibili iniziative legali volte a dare autonomia e rappresentazione politica e statuale alla popolazione kurda. Il\u00a0 19 maggio 1992, dunque,\u00a0 si svolsero elezioni a suffragio universale nell\u2019area autonoma del Kurdistan iraqeno. Vi parteciparono tutti i gruppi politici del Fronte del Kurdistan iraqeno, con lo scopo di nominare il Parlamento della Regione Autonoma. PDK (Partito Democratico del Kurdistan) e PUK (Unione Patriottica del Kurdistan), i partiti principali, ottennero rispettivamente il 45%\u00a0 e il 43,6% dei voti, i partiti minori non raggiunsero il quorum stabilito. Il Parlamento divise i seggi al 50% tra i due partiti. L\u2019atmosfera di ricostruzione e pace che aveva regnato durante il processo elettorale cess\u00f2 quasi subito, per collassare definitivamente con lo scoppio di nuovi scontri tra PDK e PUK nell\u2019inverno 1993-94 e nel maggio 1994.\u00a0 La mediazione del governo francese promosse a Parigi alcuni incontri tra i rappresentanti di PDK e PUK[1]. Ma gi\u00e0 all\u2019indomani degli accordi gli scontri tra le avverse fazioni ripresero e proseguirono fino all\u2019inizio dei colloqui di Ankara (1996), che si protrassero in diversi round fino al settembre 1997. Essi videro protagonisti Jalal Talabani, rappresentante del PUK appoggiato dall\u2019Iran, e Massoud Barzani, rappresentante del PDK appoggiato dalla Turchia, e si concentrarono su questioni militari pi\u00f9 che amministrative. L\u2019Iraq, temendo una sempre maggiore presenza dell\u2019esercito turco nel suo territorio, propose alle parti di organizzare colloqui di pace sotto la supervisione di Baghdad, ma anche questo tentativo fall\u00ec. Il 17 settembre 1998, dopo numerosi altri incontri tra una delegazione statunitense e i rappresentanti kurdi, insieme al Ministero degli Esteri turco, sono stati siglati a Washington gli ultimi accordi, firmati di pugno da Barzani e Talabani[2]. Di fatto il paese si \u00e8 trovato diviso in due, con una duplice amministrazione statale basata a Mosul per il PDK e a Erbil per il PUK. E\u2019 poi il precipitare degli eventi internazionali che sembra favorire un riavvicinamento tra le parti, infatti gli uomini del terrorismo internazionale di Al Qaeda \u201channo cominciato a fare battaglie contro di noi, perch\u00e9 prima dell\u2019attacco all\u2019Afghanistan avevano deciso di pronunciare la Jihad contro il governo regionale del Kurdistan, cacciare via il PUK con l\u2019aiuto di 6-7000 arabi e afghani provenienti, a piccoli\u00a0 gruppi, dall\u2019Afghanistan e creare qui una grande forza e cacciare via le autorit\u00e0 kurde per fondare un emirato islamico in Kurdistan. Ma l\u2019attacco Usa in Afghanistan, dopo l\u201911 settembre, ha sgretolato il loro programma\u201d (Sarkout Hasan Jalal, responsabile dei servizi sicurezza di Sulaimani). In seguito il Governo Regionale Kurdo ha appoggiato l\u2019intervento alleato in Iraq, garantendo una certa stabilit\u00e0 al fronte nord e, soprattutto, partecipando attivamente agli interventi con le truppe speciali americane che, tra febbraio e marzo 2003, hanno attaccato ed eliminato le basi di Ansar Al Islam collocate nella zona nord orientale dell\u2019Iraq. Sicuramente, sia il contributo militare dei peshmerga kurdi sia dell\u2019 \u201cintelligence\u201d locale non estranea alla pi\u00f9 recente cattura di Saddam Hussein peser\u00e0 sul piatto della negoziazione politica del futuro assetto del Kurdistan iraqeno che, in sintesi, ruota attorno a tre questioni: i rapporti tra i due partiti kurdi; l\u2019inquadramento della autonomia nelle prospettive del nuovo stato iraqeno e i possibili ostacoli alla riunificazione derivanti da altri stati.<\/p>\n<p><strong>I rapporti tra PUK e PDK<\/strong><\/p>\n<p>\u201cE\u2019 come in Italia: i partiti politici sono rivali e competono per il potere. La differenza \u00e8 che in Italia c\u2019\u00e8 un sistema parlamentare e giudiziario forte. \u2026Ora noi dobbiamo imparare a risolvere questi conflitti e rivalit\u00e0 senza combattere, ma esprimendoci attraverso le urne elettorali, attraverso il giudizio di una magistratura, per mezzo della politica. Io penso, al di l\u00e0 delle differenze, che entrambi i partiti (<em>PDK e PUK<\/em>) hanno dimostrato di essere sufficientemente ragionevoli e responsabili per focalizzarsi \u2018sul bersaglio grosso\u2019, per lavorare insieme in Iraq, per lavorare insieme in ragione dei bisogni del popolo kurdo e della democrazia in Iraq.\u201c Cosi dice Barham Salih, Primo Ministro del PUK, mettendo a fuoco la questione della necessaria collaborazione tra i partiti kurdi. Di fatto la doppia e separata amministrazione PUK\/PDK ha gi\u00e0 avviato fattive forme di collaborazione sia all\u2019interno della nuova coalizione di governo iraqena sia con l\u2019informale costituirsi della citt\u00e0 di Erbil a potenziale capitale di un Kurdistan riunificato, nella prospettiva di prossime elezioni politiche: \u201cora che Saddam \u00e8 andato via, noi dobbiamo fare di pi\u00f9 per il nostro popolo: ecco perch\u00e9 dobbiamo riunire le amministrazioni, organizzare presto le elezioni per il Parlamento come da voi. Insomma fare quanto dichiariamo! Io nutro speranza per la riunificazione delle amministrazioni e sto giusto scambiando indicazioni e suggerimenti con i miei colleghi del PDK, ho proprio la speranza che tale riunificazione si faccia\u201d (Barham Salih). Si tratta di un obiettivo tutto interno alle dinamiche politiche kurde, ma sicuramente decisivo affinch\u00e9 il Kurdistan possa presentarsi come una regione democratica e, almeno internamente, pacifica: requisiti essenziali per poter aspirare all\u2019autonomia della regione.<\/p>\n<p><strong>Il Kurdistan nel nuovo Iraq<\/strong><\/p>\n<p>Hikmat Mohammad Karim \u201cBaxtiar\u201d, responsabile dell\u2019unione sindacale kurda, un uomo potente che potrebbe muovere qualche centinaio di migliaia di voti, esordisce chiarendo che \u201cse l&#8217;Iraq diventer\u00e0 un paese democratico e civile, senza dubbio il Kurdistan ne sar\u00e0 una parte molto importante e contribuir\u00e0 alla nascita di questa democrazia, sia in ambito economico che politico. Se per\u00f2 l&#8217;Iraq non diventasse un sistema democratico, ma, al contrario, favorisse l&#8217;ascesa al potere di un sistema fondamentalista, allora \u00e8 molto probabile che il Kurdistan decider\u00e0 di separarsi dal resto del paese.\u201d E\u2019 la medesima linea di Barham Salih che propone il modello dell\u2019autogoverno kurdo degli ultimi dieci anni come un riferimento allo sviluppo dell\u2019Iraq, nel quadro del diritto di autodeterminazione che deve essere riconosciuto a tutti i popoli: \u201cil popolo Kurdo, come ogni altro popolo, ha il diritto della propria autodeterminazione compreso il diritto di erigere uno Stato Kurdo. Questo \u00e8 un diritto fondamentale, ma io sono in una posizione di responsabilit\u00e0 e spero di esercitare responsabilmente i miei compiti. I credo che i kurdi irakeni abbiano una opportunit\u00e0 di collaborare con gli iraqeni democratici, gli arabi democratici, i turcmeni democratici, gli assiri democratici, per sviluppare un sistema di governo valido per tutti e fondato sulla libert\u00e0. Per questo richiedo uno stato federale democratico per l\u2019Iraq.\u201d E con ancora pi\u00f9 chiarezza il Primo Ministro descrive il solo futuro Iraq compatibile con un Kurdistan autonomo: un Iraq federale democratico, non fondamentalista e non pan-arabista: \u201cse l\u2019Iraq diventa una dittatura. Se l\u2019Iraq diventa uno stato fondamentalista islamico. Se l\u2019Iraq non diventa una democrazia federale in cui io, come kurdo, non posso proclamare la mia identit\u00e0 o non essere considerato un partner a pieni diritti di Baghdad\u2026.. Se queste condizioni non possono essere ottenute, se l\u2019\u00e9lite di Baghdad, l\u2019\u00e9lite araba, insiste nel mantenere lo <em>statu quo<\/em> del passato, dunque, nazionalismo arabo e un governo centralizzato, allora io non ho nulla a che fare con tale stato iraqeno. Allora io dir\u00f2 che sono gli arabi a non voler vivere con me.\u201d (Barham Salih). Dunque, la strada \u00e8 aperta ma le condizioni poste sono tanto evidenti quanto non di sicura realizzazione. Infatti,\u00a0 Narmin Othman ex ministro dell\u2019istruzione, il 22 dicembre 2003 ancora mi dice: \u201cil tempo delle decisione su un Kurdistan indipendente o meno non \u00e8 ancora arrivato, troppe cose stanno ancora cambiando in Iraq. In questo momento, comunque sono al lavoro intellettuali e personalit\u00e0 indipendenti per promuovere un referendum attraverso il quale si possa esprimere la scelta della gente\u201d. Tra queste personalit\u00e0 spicca Sherko Bekas, il pi\u00f9 noto poeta del Kurdistan, gi\u00e0 ministro della cultura al suo rientro dopo l\u2019esilio all\u2019inizio degli anni Novanta. \u00a0Egli sostiene che, malgrado la caduta di Saddam, il Kurdistan continua a vivere come in un incubo \u201cperch\u00e9 noi non siamo arrivati ancora alla nostra autodeterminazione, ci\u00f2 vuol dire che quell\u2019incubo c\u2019\u00e8 ancora. Potremo dire che quell\u2019incubo \u00e8 finito soltanto quando vivremo indipendenti sulla nostra terra&#8230;La nostra salvezza sta solo nella nostra indipendenza. Non c\u2019\u00e8 nulla che ci leghi a questo Paese n\u00e9 con alcuno dei governi iraqeni, dalla monarchia alla repubblica, fino ai baathisti arrivati a sterminare i kurdi. Oltretutto l\u2019Iraq di oggi \u00e8 un caos, perci\u00f2 se noi ci buttiamo dentro perderemo&#8230;Noi, un gruppo di intellettuali circa a giugno del 2003 abbiamo pensato un grande progetto\u00a0 e lo stiamo portando alla gente affinch\u00e9 lo conosca. Noi abbiamo intenzione di muoverci in modo pacifico, trasparente e civile per raccogliere migliaia e migliaia di firme. E in un futuro vicino poter portare sulle strade migliaia e migliaia di persone&#8230; L\u2019autodeterminazione dei Kurdi deve essere una scelta proclamata dai Kurdi!\u201d<\/p>\n<p>La posizione dei referendari, di apparente neutralit\u00e0, di fatto spinge verso un Kurdistan come entit\u00e0 statuale indipendente anche incorporando i sentimenti diffusi tra la popolazione verso arabi e iraqeni: \u201cindubbiamente altre risposte sono possibili oltre alla nostra, ma noi riteniamo questa la pi\u00f9 importante (<em>Nota: cio\u00e8 quella del referendum<\/em>). Perch\u00e9 riguarda la questione della convivenza in Iraq, quell\u2019Iraq che ha commesso l\u2019Anfal contro i Kurdi e il massacro di Halabja[3]: ecco perch\u00e9 moralmente, e per molte altre ragioni, non possiamo pi\u00f9 vivere con loro. C\u2019\u00e8 una fascia di giovani che al momento della rivolta del 1991 aveva dieci anni, non hanno mai visto l\u2019Iraq e non conoscono l\u2019arabo: ormai non c\u2019\u00e8 pi\u00f9 nulla da condividere con l\u2019Iraq, se non le esperienze del passato&#8230;. L\u2019Iraq \u00e8 composto da due nazioni, non \u00e8 una sola nazione, esiste una nazione che si chiama Kurdistan che \u00e8 una nazione diversa dall\u2019Iraq. (Sherko Bekas). Gli incontri avuti in Kurdistan, dunque, confermano una visione differente del futuro Kurdistan nel quadro del prossimo stato iraqeno. Ma non solo.<\/p>\n<p>Secondo le prospettive sostenute dagli americani, il riconoscimento della legittima autonomia delle regione kurda passa attraverso l\u2019accettazione di tre condizioni, avendo comunque dato per scontato che si sta trattando di un\u2019autonomia regionale dentro all\u2019Iraq. La prima condizione riguarda Kirkuk, in particolare i suoi giacimenti\u00a0 petroliferi, i quali devono restare sotto il controllo della amministrazione federale iraqena che riconoscerebbe una sorta di rendita al governo kurdo. La seconda, richiede che i circa 50.000 peshmerga kurdi confluiscano nell\u2019esercito regolare nazionale. La terza, che i diritti delle minoranze (turcomanni, caldei, ecc.) che vivono in Kurdistan vengano tutelati sulla base di una legge sia federale sia regionale. La questione kurda suscita preoccupazione negli ambienti statunitensi perch\u00e9 si sostiene che un\u2019ampia autonomia ai kurdi possa favorire il separatismo sciita. Una ipotesi negoziale ventilata \u00e8 quella di permettere alla 18 province iraqene di aggregarsi tra loro costituendo delle entit\u00e0 regionali con sufficiente grado di autonomia. In tal caso ci si potrebbe aspettare un unione delle tre province kurde e, eventualmente, anche la nascita di qualche altra entit\u00e0 regionale. Di pari passo con questa ipotesi, si promuove l\u2019accettazione di un sistema elettorale accettato anche dalla maggioranza shiita e il conseguimento di un minimo standard di sicurezza. L\u2019Amministrazione Americana nella persona di L. Paul Bremer, si \u00e8 incontrata gi\u00e0 almeno due volte in questo scorcio di inizio anno, per cercare di rinegoziare la domanda di autonomia kurda: ma ha ottenuto solo dinieghi. Infatti, la prospettiva sostenuta dai kurdi non collima con le richieste sopra enunciate. Durante l\u2019incontro dell\u20198 e 9 gennaio a Salhuddin, nord est di Erbil, Barham Salih, alla presenza dei rappresentanti del Governo Transitorio Iraqeno, ha ribadito la volont\u00e0 di avere una Regione Kurda\u00a0 autonoma non divisa in province. Inoltre, accondiscendendo alla centralizzazione della politica estera, monetaria e di difesa, tuttavia Salih colloca i peshmerga nell\u2019esercito federale ma alle dipendenze del governo kurdo. In merito a Kirkuk, l\u2019importanza economica della citt\u00e0 ai limiti meridionali della regione kurda \u00e8 ampiamente sottolineata: \u201cla citt\u00e0 di Kirkuk ha un\u2019importanza particolare in Iraq&#8230; Il 40% del petrolio iracheno \u00e8 qui&#8230;. Dal giorno dell\u2019attacco di Saddam al popolo kurdo, da quel giorno in particolare i kurdi di Kirkuk hanno sofferto la politica di arabizzazione e deportazione\u201d (Rizgar Ali &#8211; responsabile del PUK a Kirkuk). Dunque kirkuk, specificatamente, al di l\u00e0 del quadro ampio e complesso iraqeno, sta emergendo come nodo significativo della negoziazione e, probabilmente, proprio nei confronti dell\u2019amministrazione americana. Verso la quale i kurdi vantano i crediti dell\u2019appoggio al fronte nord durante la guerra, della lotta al terrorismo accanto alle truppe speciali USA, del mantenimento in sicurezza dell\u2019area e, infine, dell\u2019apporto determinante alla cattura di Saddam. Kirkuk \u00e8 anche problematica perch\u00e9, da sempre, citt\u00e0 multietnica: dunque oltre al petrolio luogo di un potenziale antagonismo tra fazioni con differenti padrini anche in campo internazionale. Salih il 9 gennaio sembra essere d\u2019accordo su un referendum che permetta ai cittadini di esprimersi sulla amministrazione di Kirkuk.\u00a0 Secondo gli ufficiali della 173\u00b0 Brigata Aviotrasportata americana che controlla Kirkuk, la citt\u00e0 \u00e8 composta dal 35% di arabi, 35% di kurdi, 26% di turcmeni e il 4% di altra origine (gennaio 2004). Ma questi dati, si riconosce, sono estremamente sommari non solo per le modalit\u00e0 di rilevazione, ma soprattutto perch\u00e9 la citt\u00e0 cambia volto giorno dopo giorno assistendo a un progressivo ritorno dei kurdi e a un abbandono degli arabi: \u201ci deportati, tra Kirkuk e dintorni, sono oltre 300.000 e una parte di essi \u00e8 profugo nei pressi di Sulaimani, altri sono stati mandati a Ramadi, Tikrit e Baghdad. di questi ultimi non abbiamo un numero preciso&#8230; Kirkuk \u00e8 costituita da curdi, arabi, caldei, turkmeni e una piccola percentuale di armeni. Anche le religioni sono varie: c\u2019\u00e8 l\u2019islam, il cristianesimo e ci sono anche altre fedi. Perci\u00f2 Kirkuk non \u00e8 una citt\u00e0 semplice e secondo me per quella sua composizione etnica peculiare Kirkuk deve diventare una citt\u00e0 di fratellanza e convivenza e il diritto di ogni etnia deve essere garantito. (Rizgar Ali, responsabile del PUK a Kirkuk). Di conseguenza, accanto alle dichiarazioni della volont\u00e0 politica di concedere il massimo della tutela alle minoranze, da me pi\u00f9 volte registrate, emerge il dato obiettivo di una composizione etnica della citt\u00e0 alquanto fluida che rende impossibile ogni previsione e difficile la realizzazione di uno schema referendario su una anagrafe di residenti di questo tipo.<\/p>\n<p><strong>La questione internazionale del Kurdistan autonomo<\/strong><\/p>\n<p>Quando mi parla Barham Salih si definisce realista e concreto. E a conferma dice che \u201cla mia visione, nella situazione attuale, nella situazione realistica attuale del Medio Oriente, \u00e8 che quest\u2019ultima soluzione (<em>nota: Kurdistan quale stato indipendete dall\u2019Iraq<\/em>) \u00e8 molto difficile da ottenere. E anche se avessimo uno stato kurdo questo sarebbe circondato da vicini potenti che ci renderebbero assai difficile uno sviluppo.\u201d I rapporti tradizionalmente non facili con i grandi vicini preoccupano. In particolare quelli con la Turchia, anche se lo spettro del fondamentalismo sembrerebbe poter fare pi\u00f9 paura: \u201cl&#8217;ostilit\u00e0 nei confronti dell&#8217;indipendenza kurda non \u00e8 finita. La Turchia e l&#8217;Iran, e altri paesi che non saranno d&#8217;accordo con la separazione del Kurdistan, non l\u2019accetteranno. Per\u00f2 \u00e8 anche vero che per un paese come la Turchia la nascita di una nazione fondamentalista in Iraq \u00e8 pi\u00f9 pericolosa di un Kurdistan indipendente\u201d (Hikmat Mohammad Karim \u201cBaxtiar). Di fatto, \u00e8 probabile che la domanda di autonomia kurda vada ad aprire un\u00a0 fronte regionale che causer\u00e0 nuovi problemi agli alleati, almeno sul piano politico. Perch\u00e9 quell\u2019America, debitrice del supporto offerto dai kurdi fin dall\u2019inizio dell\u2019intervento, \u201cdovr\u00e0 necessariamente scegliere tra una nazione fondamentalista irachena e un governo laico e democratico in Kurdistan\u201d (Hikmat Mohammad Karim \u201cBaxtiar).<\/p>\n<p>Sabato 10 gennaio 2004, Abdullah Gul, ministro degli esteri turco, \u00e8 a Tehran per sviluppare i rapporti di cooperazione tra i due paesi. Durante l\u2019incontro ha detto che \u201cnoi (<em>turchi e iraniani<\/em>) dovremmo aiutarli (<em>gli iracheni<\/em>) a scrivere la loro Costituzione al meglio\u201d, ponendo cos\u00ec nuove ombre sulla questione kurda. Infatti, questa azione pu\u00f2 essere letta come un tentativo di coinvolgere l\u2019Iran in una manovra di accerchiamento politico del\u00a0 Kurdistan, il cui futuro \u00e8 necessariamente legato all\u2019assetto iraqeno che sar\u00e0 delineato nella Carta Costituzionale. Sempre la Turchia, d\u2019altra parte, si \u00e8 fatta avanti per offrire supporto agli alleati durante la guerra iraqena con l\u2019intenzione di presidiare le aree nord occidentali del Paese, cio\u00e8 sotto controllo del PDK. E gli sforzi americani per fare retrocedere le truppe di Ankara, comunque abituate a controllare ampie fasce di territorio iraqeno ai confini tra i due paesi, sono stati consistenti. Quest\u2019ultima missione a Tehran del ministro turco rilancia in un\u2019ottica regionale la questione kurda e l\u2019intera problematica iraqena, rimettendo in gioco addirittura \u201cuno stato canaglia\u201d quale l\u2019Iran. Infatti, alla autonomia del Kurdistan si pu\u00f2 aggiungere, in tale prospettiva, il problema sciita. Il grande ayatollah sciita Ali Al Sistani ha dichiarato l\u201911 gennaio di \u201cinsistere per elezioni generali\u201d in Iraq, rifiutando il piano americano supportato dal Governo Transitorio di avere una Assemblea Nazionale Provvisoria non eletta, con ci\u00f2 aumentando l\u2019incertezza e la confusione sul futuro assetto istituzionale. Verso la componente maggioritaria sciita una negoziazione per via iraniana potrebbe essere dunque auspicabile al fine di arrivare una concertazione delle modalit\u00e0 con cui avviare il processo democratico in Iraq. Con una tesi un po\u2019 provocatoria, oserei dire che sembrerebbe arrivato il momento di provare a coinvolgere l\u2019Iran in alcuni punti cruciali della questione Iraqena che, per gli Occidentali da soli, sono altamente problematici: la securizzazione dell\u2019area rispetto alle infiltrazioni terroristiche confinarie, la definizione dei meccanismi di scelta democratica, l\u2019autodeterminazione del Kurdistan.<\/p>\n<p>In conclusione, il futuro del Kurdistan \u00e8 ancora incerto quanto il futuro dell\u2019Iraq, ma non credo sia possibile pensare n\u00e9 a un Iraq pacificato n\u00e9 a un contesto regionale stabile senza risolvere positivamente la questione dell\u2019autonomia kurda con un modello esportabile ad altre realt\u00e0 etniche concordato con i i differenti stati confinanti.<\/p>\n<p><em>Marco Lombardi<\/em><\/p>\n<p>[1] Gli accordi, siglati nel luglio 1994, prevedevano di stabilire modalit\u00e0 decisionali democratiche nel Kurdistan iraqeno, la riorganizzazione del governo in senso pi\u00f9 funzionale tramite l\u2019eliminazione di alcuni ministeri, l\u2019utilizzo esclusivo del governo delle entrate ottenute dai dazi sui confini e l\u2019ospitalit\u00e0 ai Kurdi provenienti dagli stati vicini senza per\u00f2 che installassero basi militari.<\/p>\n<p>[2] I punti principali dell\u2019accordo prevedono: l\u2019unit\u00e0 territoriale dell\u2019Iraq con amministrazione di tipo federale, il non utilizzo del territorio kurdo iraqeno da parte del PKK per installare proprie basi contro l\u2019esercito turco, l\u2019unificazione degli eserciti kurdi iraqeni.<\/p>\n<p>[3] La campagna di sterminio promossa da Saddam che ha portato alla eliminazione di circa 180.000 kurdi, di cui 5000 uccisi con l\u2019impiego dei gas nella citt\u00e0 di Halabja nel 1988.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Il commento che segue si basa sulle interviste raccolte durante la missione di studio in Iraq svolta tra l\u2019agosto e il settembre 2003. 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