{"id":634,"date":"2010-09-05T09:19:15","date_gmt":"2010-09-05T09:19:15","guid":{"rendered":"http:\/\/www.itstime.it\/w\/?p=634"},"modified":"2022-03-28T18:41:48","modified_gmt":"2022-03-28T16:41:48","slug":"pakistan-limmagine-di-una-catastrofe-by-barbara-luicni","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.itstime.it\/w\/pakistan-limmagine-di-una-catastrofe-by-barbara-luicni\/","title":{"rendered":"Pakistan: l\u2019immagine di una catastrofe &#8211; by Barbara Luicni"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify;\">Le informazioni aggiornate sulla situazione delle alluvioni in Pakistan di questa estate del 2010 sono le seguenti: 18,6 milioni di persone colpite, morti ufficiali 1,677, abitazioni distrutte o danneggiate 1,25 milioni.<br \/>\nQuesta catastrofe \u00e8 ancora una volta, l\u2019occasione per riflettere circa quanto accaduto di peculiare nella gestione della crisi, in particolare quattro questioni.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><!--more--><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La prima, fondamentale per chi \u00e8 interessato all\u2019area del crisis management, emerge dalle dichiarazioni avanzate dall&#8217;ambasciatore pachistano presso le Nazioni Unite, Abdullah Hussain Haroon, e i sospetti di due giorni prima dall&#8217;agenzia cattolica Fides: il flusso delle acque sembra essere stato canalizzato verso i villaggi poveri e cristiani, con lo scopo di salvare le terre dei latifondisti dalle devastanti inondazioni.<br \/>\nNell\u2019articolo si parla delle accuse circa la presunta deviazione o canalizzazione delle acque verso zone povere e per colpire popolazioni con differente fede religiosa.<br \/>\nEsterni alle implicazioni giuridiche e legali della vicenda, ma puntando l\u2019attenzione alle pratiche di gestione delle crisi e al coinvolgimento della comunit\u00e0 vittima, se le accuse mosse fossero accertate, si aprirebbe un dibattito nell\u2019area del crisis management sociologico, gi\u00e0 avviato negli anni \u201960, prevalentemente in U.S.A. circa la possibile correlazione fra variabili socio demografiche, come classe sociale di appartenenza, status, etnia, livello di istruzione, condizione economica e l\u2019esposizione a rischi maggiori in caso di calamit\u00e0 naturali o anche man made.<br \/>\nTale tesi non ha goduto dei favori di un\u2019ampia maggioranza di sostenitori, in quanto le implicazione che in essa risiedono sono profondamente\u00a0 limitanti nella sua visione e applicazione globale.<br \/>\nI rimandi a dinamiche di pregiudizi e pratiche discriminatorie nei confronti di comunit\u00e0 presenti nella stessa zona geografica hanno posto tale pensiero ai margini, soprattutto pensando che in quel periodo storico si stavano combattendo in pi\u00f9 parti del mondo battaglie per il riconoscimento dei diritti civili a tutte le persone, senza distinzione alcuna.\u00a0\u00a0 In questi ultimi anni per\u00f2, complici le catastrofi naturali occorse e\u00a0 caratterizzate da grandi conseguenze e la loro differente copertura da parte dei mezzi di comunicazione, si assiste ad un ripensamento circa questa possibile connessione. Ci\u00f2 grazie anche al fatto che organizzazioni non governative e umanitarie in generale hanno fatto di questo tema, la loro principale argomentazione per lo sviluppo dei Paesi poveri.<br \/>\nDa un punto di vista personale ritengo che solo grazie a ricerche compiute di comune accordo e interesse\u00a0 fra differenti attori istituzionali e non,\u00a0 a\u00a0 differenti livelli possano restituirci una reale immagine di questo possibile nesso, che se cos\u00ec verificato comporterebbe implicazioni non solo metodologiche operative per la protezione della popolazione, ma anche di carattere etico e giuridico.<br \/>\nAgendo invece in modo differente e senza una profonda conoscenza della situazione e delle zone che sono state interessate da una catastrofe si correrebbe il rischio di innescare o alimentare pratiche discriminatorie e pregiudizievoli.<br \/>\nE\u2019 noto invece che una calamit\u00e0 naturale abbia un differente impatto sulla popolazione e sulla tipologia di popolazione vittima, come viene riportato nell\u2019articolo di Rebecca Conway per Reuters.<br \/>\nSi sottolinea in particolare la condizione delle donne, bambini, anziani, che universalmente sono fra i gruppi pi\u00f9 vulnerabili in caso di catastrofe.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La seconda questione che si vuole evidenziare \u00e8 la portata amplificatrice di vulnerabilit\u00e0, dell\u2019area di impatto e di crisi su un sistema dovuta all\u2019assenza di:<\/p>\n<ul>\n<li>attivit\u00e0 di zonizzazione, mappatura territoriale dei rischi ai quali l\u2019area \u00e8 esposta<\/li>\n<li>attivit\u00e0 di pianificazione, progettazione, monitoraggio e allerta. Quest\u2019ultima collegata direttamente con le peculiari attivit\u00e0 di comunicazione del rischio che in questo caso non \u00e8 stato abbastanza sufficiente ed efficace per l\u2019evacuazione delle persone a rischio<\/li>\n<li>attivit\u00e0 di prevenzione<\/li>\n<\/ul>\n<p style=\"text-align: justify;\">Si parla in questo specifico di vulnerabilit\u00e0 strutturale, insita quindi nello stesso sistema esposto al rischio, che \u00e8 possibile conoscere per lo meno in parte e ridurre in relazione ad una attenta analisi dei suoi componenti.<br \/>\nLe azioni che \u00e8 possibile intraprendere sono direttamente collegate alla disponibilit\u00e0 istituzionale in termini di finanziamento e allocazioni di risorse umane.<br \/>\nUn\u2019analisi superficiale della situazione interna al Pakistan sembra purtroppo limitare molto la portata di qualsiasi attivit\u00e0 preventiva.<br \/>\nLo scenario socio \u2013 politico \u00e8 costantemente instabile, tormentato da conflitti fra minoranze religiose e non: date queste caratteristiche era prevedibile che un impatto di un agente naturale di queste dimensioni avrebbe portato la popolazione ad una situazione di emergenza e crisi di vaste proporzioni.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Le autorit\u00e0 internazionali che hanno avuto il compito del coordinamento degli aiuti e verso le quali sono state mosse critiche circa il ritardo negli aiuti stessi pongono l\u2019attenzione sui numeri della popolazione, dell\u2019area geografica colpita e delle dimensioni dell\u2019agente naturale, come per esempio afferma Elisabeth Rasmusson\u00a0 &#8211; General Secretary, Norwegian Refugee Council and Paras Tamang, International Emergency and Conflict Team Advisor, ActionAid:<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u2026 This is really a mega crisis and I don&#8217;t think anybody understood at the beginning how bad it was going to get. There is clearly not enough capacity nor enough people and resources. But I think we have to take into consideration the magnitude of the crisis when we speak about the response to the crisis. Six million people are in need of humanitarian assistance &#8211; that is more than the entire population of Norway. We really have to speed up and scale up.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">E\u2019 vero \u00e8 una mega crisis, non in questi termini forse.<br \/>\nIl vero dramma \u00e8 che sembra che per ogni crisi e ogni migliaio di persone morte ci sia una qualche causa esterna profondamente inevitabile, contro la quale nulla si pu\u00f2 tentare.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Per esempio non \u00e8 possibile pensare ad una pianificazione che eviti il concentrarsi della popolazione in zone ad alto rischio alluvionale, sismico o altro?<br \/>\nNon \u00e8 possibile prevedere sistemi di allerta di qualsiasi tipo?<br \/>\nE\u2019 proprio in considerazione del fatto di essere consapevoli della magnitudo dell\u2019evento che queste domande sorgono spontanee e una sopra tutte:<br \/>\nnon era in nessun modo, anche solo approssimativamente possibile, prevedere per lo meno in minimi termini questa magnitudo?<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Eppure alcuni fattori importanti per una compiuta analisi del rischio potenziale sono gi\u00e0 stati elencati: densit\u00e0 della popolazione altissima, assenza di sistemi di allerta, assenza di attivit\u00e0 preventive e mancanza di aiuti e risorse al momento dell\u2019impatto, oltre all\u2019instabile scenario sociale.<br \/>\nIl problema \u00e8 che sono stati considerati dopo e non in fase preventiva.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La terza questione di questa catastrofe, ma comune anche a molte altre, \u00e8 la mancata considerazione nelle attivit\u00e0 di crisis management degli aspetti culturali caratteristici della popolazione vittima.<br \/>\nSebbene in eventi critici come questi le priorit\u00e0 devono essere rappresentate dal soddisfacimento di bisogni primari come acqua, cibo, vestiti, i fattori culturali, anche in questo ambito rivestono un\u2019importanza fondamentale e strategica soprattutto per l\u2019organizzazione degli aiuti internazionali.<\/p>\n<p>Come quanto riportato:<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">From his village in the southern Punjab district of Rajanpur, a holy man believed to be endowed with mystical powers (&#8216;pir&#8217;) is frequently called upon to intone religious verses over containers of water &#8211; in the belief that this will purify them. His services are much in demand these days.<br \/>\n&#8220;We know water is causing sickness &#8211; but water over which words from the Holy Koran have been uttered cannot make us ill,&#8221; said Farkhanda Bibi, 65.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Le pratiche culturali quindi, legate alle credenze e a rituali specifici di una comunit\u00e0, dovrebbero essere conosciuti ed esplicitati per una efficace gestione dell\u2019emergenza, della fase di impatto e dell\u2019immediato post \u2013 impatto.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La quarta questione \u00e8 lo stridore causato dai tempi di gestione dell\u2019emergenza, con quella che idealmente \u00e8 o per lo meno dovrebbe essere la time line della gestione di una emergenza.<br \/>\nIn particolare purtroppo \u00e8 semplice assumere che fase di prevenzione, monitoraggio e allerta sono state sostanzialmente inesistenti.<br \/>\nLa fase di gestione della crisi occorsa immediatamente dopo l\u2019impatto \u00e8 stata lasciata cadere in un tempo indefinito, durante il quale all\u2019interno del Paese al gi\u00e0 purtroppo usuale\u00a0 stato di guerriglia, si \u00e8 andato sommando il caos generato da un\u2019altra crisi con altre caratteristiche.<br \/>\nAllo stesso tempo l\u2019attenzione internazionale ha temporeggiato circa l\u2019invio di aiuto ed il sostegno alla popolazione, ci\u00f2 da ricondurre principalmente alla tipologia del Paese e al suo assetto governativo.<br \/>\nIn un quadro cos\u00ec delineato \u00e8 assurdo anche solo cercare di immaginare la fase di ricostruzione, e poi quale ricostruzione, di che cosa?<br \/>\nDi quello che \u00e8 stato distrutto dalle alluvioni o di quello di cui anche prima la popolazione era stata privata dal preesistente conflitto interno?<br \/>\nInfine non si pu\u00f2 fare a meno di riportare i dubbi riguardanti le attivit\u00e0 di reclutamento e speculazione circa gli aiuti forniti, da parte di gruppi islamici militanti: questa \u00e8 la speculazione della catastrofe, \u00e8 la parte criminale di persone che non si fermano e non si fermeranno davanti a nulla anzi, proseguono le loro attivit\u00e0 terroristiche approfittando del caos e delle inevitabili zone di ombra generati da un\u2019altra emergenza.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Un ultimo fenomeno comune anche ad altre catastrofi di questo secolo e di quello precedente, meritevole di attenzione, \u00e8 la frequenza con la quale ogni volta che una catastrofe naturale si abbatte su una popolazione, ci sia una circolazione e una riproduzione di foto, immagini, video che sottolineano la condizione aberrante nella quale le vittime si trovano a vivere, o meglio a sopravvivere.<br \/>\nCome sta succedendo per le alluvioni in Pakistan: sulle principali testate di tutto il mondo \u00e8 stato possibile leggere colonne, approfondimenti, numeri dedicati, che riguardano questa catastrofe naturale: forse lo scopo pi\u00f9 profondo di tutto questo, o almeno si spera che sia cos\u00ec, \u00e8 la mobilitazione delle coscienze a livello internazionale, della spinta alla solidariet\u00e0 internazionale, tema sul quale si dibatte da parecchio tempo ed in modo multidisciplinare: ma ancora nessuno, nemmeno tra i pi\u00f9 esperti \u00e8 riuscito a definire la ragione profonda, che porta una persona ad agire in qualsiasi modo a beneficio di un&#8217;altra, distante geograficamente e diversa culturalmente. A questo proposito ognuno ha una propria piccola verit\u00e0, alla quale si tiene stretto, nella speranza che essa sia la Verit\u00e0, la vera verit\u00e0.<br \/>\nE\u2019 il lavoro dei mass media, dei mezzi di comunicazione in generale: interpretare e dare senso ad una realt\u00e0 che spesso appare senza senso. Propongono una visione, dalla quale per\u00f2 non ci si dovrebbe sentire in obbligo di accondiscendere, ma di considerarla una delle tante possibilit\u00e0 per comprendere l\u2019accaduto.<br \/>\nPrendiamo in considerazione il cambiamento negli ultimi anni sia delle tecnologie applicate alla comunicazione di massa, sia della domanda degli utenti e dei fruitori di questi servizi: la gente chiede di vedere, di scrutare in modo quasi imperturbabile che cosa sta accadendo in diretta, animata da uno spirito voyeuristico di sapore antico.<br \/>\nE\u2019 un bisogno che soddisfa una esigenza ancestrale e anche probabilmente in parte creata dall\u2019attuale societ\u00e0 &#8211; quella che sempre pi\u00f9 spesso viene definita dell\u2019incertezza, dell\u2019insicurezza &#8211; di sapere che qualche cosa di certo c\u2019\u00e8, esiste concretamente ed \u00e8 stato catturato in un attimo, in un preciso istante, fissato per sempre.<br \/>\nCosa allora meglio di una foto?<br \/>\nFoto come quella sulla quale si discute in un articolo di Repubblica pubblicato il sette settembre, apparsa prima sul \u201cThe Guardian\u201d: che fa discutere, che a prima vista fa dire: \u201ccome \u00e8 possibile?\u201d \u201ccome si \u00e8 potuti arrivare a tanto?\u201d e poi forse in qualche d\u2019uno anche la domanda \u201cche cosa posso fare?\u201d<br \/>\nDomande come \u201csi sarebbe potuto evitare?\u201d nei riguardi di una catastrofe naturale sembrano ingenue o per lo meno prive di qualsiasi utilit\u00e0: forse non il fenomeno nel suo verificarsi, ma nella sua prevedibilit\u00e0 in parte s\u00ec e le tecnologie lavorano per questo. Inoltre si potrebbero evitare conseguenze di questa portata, diminuendo la vulnerabilit\u00e0 tipica e specifica di un sistema sociale e della popolazione in generale che potrebbe esserne potenzialmente vittima, ma per questo occorrono risorse, occorre investire in una rete di attivit\u00e0 che non sempre sono di grande attrattiva da parte delle autorit\u00e0 preposte per queste azioni, perch\u00e9 pi\u00f9 spesso esse non hanno un immediato riscontro in termini di effettive ricadute, ma questo \u00e8 noto: la prevenzione \u00e8 un investimento, non un\u2019attivit\u00e0 redditizia.<br \/>\nCi\u00f2 che quindi si sarebbe potuto e dovuto fare, non solo per il Pakistan, ma per ogni singola catastrofe naturale che si \u00e8 verificata in questi ultimi anni, dal livello locale di una comunit\u00e0, fino all\u2019internazionalizzazione delle pratiche, \u00e8 un\u2019attenta analisi delle zone a rischio, il loro monitoraggio, la messa in funzione di efficaci sistemi di allarme, la pianificazione e progettazione urbanistica adeguata alla zona territoriale e alle sue caratteristiche morfologiche e idrogeologiche, nonch\u00e9 socio demografiche.<br \/>\nAttivit\u00e0 queste, possibili unicamente in relazione al sistema istituzionale, politico, sociale ed economico presente in quel Paese: queste per esempio le difficolt\u00e0 emerse per il Pakistan, essendo esso una Repubblica islamica e uno dei Paesi pi\u00f9 popolati al mondo, con una situazione politica interna caratterizzata da guerra civile e una reputazione internazionale, grazie al fatto di possedere ufficialmente armi nucleari, che ha messo in difficolt\u00e0 gli aiuti internazionali, la loro distribuzione e ne ha rallentato il processo di avvio.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Dopo questa breve analisi \u00e8 difficile cercare di giungere a delle conclusioni, forse perch\u00e9 non c\u2019\u00e8 nulla da concludere: si delineano nuove piste di ricerca che interessano il crisis management a carattere sociologico, come l\u2019attenzione maggiore da rivolgere alla fase di prevenzione, l\u2019importanza della cultura nel contesto degli aiuti internazionali, la necessaria conoscenza profonda degli assetti politici, economici, sociali del Paese colpito, e della loro influenza in termini di crisis practices, in modo tale da orientare la gestione della crisi lungo non solo l\u2019asse temporale, ma nel rispetto delle caratteristiche del sistema colpito.<br \/>\nTutto questo nella speranza che un giorno diminuisca la frequenza con la quale circolano foto, video, filmati, che riprendono bambini, uomini e donne in un momento privato di dolore estremo per il quale dovremmo avere un rispetto profondo, chinare la testa e fare un passo indietro.<br \/>\nImmagini di sofferenza che fanno il giro del mondo, per qualche tempo, nello scopo ultimo, almeno questo si spera, di sensibilizzare l\u2019opinione pubblica affinch\u00e9 si mobiliti e contribuisca agli aiuti.<br \/>\nQuindi la foto sembra essere la prova concreta che c\u2019\u00e8 bisogno di aiuto, come se senza quella prova, senza quell\u2019evidenza, venti milioni di alluvionati non esisterebbero?<br \/>\nSarebbe bastato un gesto, uno solo, che avrebbe suscitato meno clamore, che nessuno avrebbe probabilmente saputo o visto se non chi si trovava l\u00ec, o forse no, in quest\u2019epoca si sarebbe potuto riprendere anche quello, un segno di rispetto e di comprensione per una sofferenza inacettabile: semplicemente scacciare le mosche posticipando la foto, che comunque data la condizione di quel bambino avrebbe suscitato ugualmente un moto di indignazione.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Le informazioni aggiornate sulla situazione delle alluvioni in Pakistan di questa estate del 2010 sono le seguenti: 18,6 milioni di persone colpite, morti ufficiali 1,677, abitazioni distrutte o danneggiate 1,25 milioni. Questa catastrofe \u00e8 ancora una<a class=\"moretag\" href=\"https:\/\/www.itstime.it\/w\/pakistan-limmagine-di-una-catastrofe-by-barbara-luicni\/\">Read More&#8230;<\/a><\/p>\n","protected":false},"author":2,"featured_media":0,"comment_status":"closed","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[1],"tags":[],"class_list":["post-634","post","type-post","status-publish","format-standard","hentry","category-uncategorized"],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.itstime.it\/w\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/634","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.itstime.it\/w\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.itstime.it\/w\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.itstime.it\/w\/wp-json\/wp\/v2\/users\/2"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.itstime.it\/w\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=634"}],"version-history":[{"count":2,"href":"https:\/\/www.itstime.it\/w\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/634\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":639,"href":"https:\/\/www.itstime.it\/w\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/634\/revisions\/639"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.itstime.it\/w\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=634"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.itstime.it\/w\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=634"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.itstime.it\/w\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=634"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}