{"id":664,"date":"2008-05-15T11:21:45","date_gmt":"2008-05-15T11:21:45","guid":{"rendered":"http:\/\/www.itstime.it\/w\/?p=664"},"modified":"2014-08-01T07:21:03","modified_gmt":"2014-08-01T07:21:03","slug":"tibet-e-xinjiang-sui-media-globali-conflitti-sul-tetto-del-mondo-nello-scacchiere-del-grande-gioco-by-matteo-vergani","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.itstime.it\/w\/tibet-e-xinjiang-sui-media-globali-conflitti-sul-tetto-del-mondo-nello-scacchiere-del-grande-gioco-by-matteo-vergani\/","title":{"rendered":"Tibet e Xinjiang sui media globali. Conflitti sul tetto del mondo, nello scacchiere del Grande Gioco &#8211; by Matteo Vergani"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Dal Tibet allo Xinjiang<\/strong><br \/>\nIn questo gran frastuono mediatico sollevato dal caso tibetano, che ha conquistato dalle copertine dei tabloid ai monografici delle riviste di geopolitica, ogni tanto capita di sentir parlare dello Xinjiang: una regione a nord del Tibet, popolata da musulmani turcofoni (gli Uiguri), e ricca di risorse naturali. Anche lo Xinjiang, come il Tibet, \u00e8 attraversato dalle istanze indipendentiste degli autoctoni, e anche lo Xinjiang \u00e8 stretto dalla morsa di ferro della repressione cinese. Tuttavia tra i due casi esistono molte differenze.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><!--more--><br \/>\nSe paragonata all\u2019epopea tibetana la vicenda degli Uiguri \u00e8 relegata a una zona d\u2019ombra. Per rendersene conto \u00e8 sufficiente andare su alcuni siti internet significativi, e fare una facile ricerca digitando le parole chiave \u201cTibet\u201d e \u201cXinjiang\u201d. Ecco cosa appare:<\/p>\n<p>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 CNN.com\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 BBC.co.uk\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Youtube.com \u00a0 \u00a0\u00a0 Technorati.com<br \/>\n\u201c Tibet \u201d\u00a0\u00a0 \u00a0 \u00a0\u00a0 954 articoli\u00a0\u00a0 \u00a0 \u00a0\u00a0 64 pagine \u00a0 \u00a0 \u00a0\u00a0 43700 video\u00a0\u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 3613 post<br \/>\n\u201c Xinjiang \u201d \u00a0 439 articoli\u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 7 pagine\u00a0\u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 1540 video\u00a0\u00a0 \u00a0 \u00a0\u00a0 \u00a0 \u00a0 115 post<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nel sito CNN.com gli articoli che contengono la parola \u201cXinjiang\u201d sono il 46% degli articoli che contengono la parola \u201cTibet\u201d; nel sito BBC.co.uk compaiono 7 pagine di articoli che contengono la parola \u201cXinjiang\u201d, e 67 pagine di articoli che contengono la parola \u201cTibet\u201d; su Youtube.com i video sullo Xinjiang sono il 3,5% dei video sul Tibet, e infine tra i post dei blog tenuti in considerazione da Technorati.com, quelli che parlano del Xinjiang sono il 3,1% di quelli sul Tibet.<br \/>\nI numeri parlano da soli: il Tibet \u201cfa pi\u00f9 notizia\u201d, la sua storia \u201ccoinvolge\u201d di pi\u00f9, i suoi personaggi \u201cpiacciono\u201d di pi\u00f9. E le cause di questo fenomeno sono molte, e non tutte banali: innanzitutto, gli Uiguri non hanno un apparato \u201cmediatico\u201d tanto forte quanto quello tibetano. Non solo la bandiera dello Xinjiang non viene sventolata da personaggi famosi durante i loro comizi pubblici (come Mia Farrow, Brad Pitt o Richard Gere), ma gli Uiguri non vantano nemmeno un leader carismatico tanto noto e abile nel calamitare simpatie, attenzioni e fondi. Non bisogna sottovalutare che il Dalai Lama, oltre ad essere\u00a0 la massima autorit\u00e0 temporale del Tibet, \u00e8 anche la massima autorit\u00e0 spirituale della scuola buddista Gelupa. Gli Uiguri hanno avuto diversi leader nazionalisti (attualmente la pi\u00f9 nota \u00e8 Rebiya Kadeer), dei quali nessuno ha mai avuto una influenza paragonabile a quella del leader tibetano, n\u00e9 all\u2019interno del paese, n\u00e9 all\u2019estero. Inoltre, gli Uiguri sono musulmani: un credo che di questi tempi \u00e8 molto meno simpatico del buddismo, entrato nelle grazie della civilt\u00e0 occidentale gi\u00e0 da molti anni. Basti pensare alle celebrit\u00e0 convertite, allo spiritualismo orientaleggiante ormai da tempo sull\u2019onda del \u201ccool\u201d nelle metropoli occidentali, alle epopee cinematografiche, alle folle oceaniche (e ai prezzi da capogiro) dei raduni del Dalai Lama in tutto il mondo. Negli stessi luoghi in cui il buddismo viene in parte assimilato e integrato nella cultura occidentale (nelle sue dimensioni globali e locali), la religione musulmana continua a essere foriera di conflitto, sia nella politica interna che nella politica estera dei paesi occidentali. \u00c8 proprio negli intricati equilibri della politica internazionale che la causa tibetana ha trovato una straordinaria forza di propulsione: blocchi alla fiaccola olimpica sono stati un potente attacco all\u2019immagine, al brand \u201cCina\u201d, che con le Olimpiadi cercava appunto di conquistare nuovo appeal. La Cina \u00e8 una potenza in crescita che spaventa le economie del mondo intero, e soprattutto quelle dei paesi occidentali. Non \u00e8 un caso che proprio in questi paesi abbiano avuto luogo le manifestazioni di protesta pi\u00f9 eclatanti, che non hanno subito una repressione troppo dura n\u00e9 sono state caratterizzate sui media dalla retorica dell\u2019 \u201cincivilt\u00e0\u201d, tipica delle situazioni in cui movimenti sociali cercano di bloccare o interrompere cerimonie ufficiali. La mediatizzazione delle proteste anticinesi, che hanno avuto come vessillo la bandiera tibetana, ha parzialmente contrastato la volont\u00e0 cinese di operare con le Olimpiadi una gigantesca operazione di marketing, giocando a favore di coloro che tentano di ridimensionare l\u2019avanzata cinese. In alcuni casi infine, anche gli equilibri politici interni di alcuni stati hanno giocato a favore della causa tibetana. Prendiamo ad esempio Parigi, dove l\u20198 aprile 2008 il sindaco Bertrand Delanoe ha esposto dal Municipio lo striscione \u201cParigi difende i diritti dell\u2019uomo ovunque nel mondo\u201d durante il passaggio della fiaccola olimpica, duramente contestata anche nelle strade. Una mossa che (non a caso) ha messo in difficolt\u00e0 il presidente Nicolas Sarkozy, suo rivale politico, stretto nella morsa tra l\u2019opinione pubblica e le autorit\u00e0 cinesi riguardo alla sua presenza o meno all\u2019inaugurazione dei giochi di Beijing 2008. Grazie alle proteste anti-cinesi (o, se preferiamo, pro-Tibet) Delanoe ha sferrato un attacco politico contro Sarkozy, che probabilmente sfider\u00e0 alle prossime elezioni presidenziali francesi. Per concludere, l\u2019affare Tibet ha avuto una tale risonanza mediatica non solo grazie alla composizione sociale e culturale del suo movimento di liberazione, ma anche a fattori esogeni, che difficilmente avrebbero innestato lo stesso circolo mediatico virtuoso anche per la causa Uigura. Cos\u00ec come le condizioni di politica interna e di politica estera dei paesi occidentali hanno favorito la mediatizzazione della questione tibetana, quelle stesse condizioni relegano lo Xinjiang nelle zone d\u2019ombra del chiacchiericcio globale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Il \u201cFar West\u201d della Cina<\/strong><br \/>\nXinjiang significa \u201cnuova frontiera\u201d in cinese: un nome considerato offensivo dai sostenitori dell\u2019indipendenza, che preferiscono chiamare la loro terra \u201cTurkestan Orientale\u201d o \u201cUyghuristan\u201d. Questa vasta regione (circa 1\/6 della Cina) \u00e8 spesso stata al centro di disordini e guerre durante la storia, e a tratti ha anche goduto dell\u2019indipendenza (l\u2019ultima volta tra il 1933 e il 1934). A causa di interessi geopolitici, oggi legati soprattutto alla produzione e al traffico di energia (\u00e8 del febbraio 2008 la notizia della costruzione di un nuovo gasdotto dal Turkemenistan a Shanghai attraverso lo Xinjiang), la Repubblica Popolare Cinese stringe saldamente la regione fin dal 1949, attuando politiche di repressione culturale e religiosa, insieme ad una massiccia colonizzazione da parte degli Han, che siedono nei posti chiave per la gestione del potere. E a questo processo ha contribuito attivamente anche la War on Terror dell\u2019amministrazione Bush: nell\u2019agosto 2002 l\u2019Ambasciata USA in Cina afferm\u00f2, con grande plauso delle autorit\u00e0 cinesi, che l\u2019ETIM (East Turkestan Islamic Movement) \u00e8 affiliato ad Al-Qaeda. E cos\u00ec oggi, oltre ad essere definiti \u201cseparatisti\u201d ed \u201cestremisti\u201d, gli Uiguri sono diventati\u00a0 anche \u201cterroristi\u201d, coniugando le \u201ctre forze del male\u201d, secondo la retorica del PCC.<br \/>\nSebbene sui legami tra gli Uiguri e Al-Qaeda (e sulla loro reale entit\u00e0) non sia mai stata fatta piena luce, e nonostante le azioni indipendentiste violente in Xinjiang siano praticamente scomparse fin dal 1997\/98 (Millward, 2004), la Cina non ha mai smesso di gridare al \u201cpericolo terrorismo\u201d, soprattutto in questo periodo di preparazione delle Olimpiadi. Ecco alcune delle notizie dalla regione trapelate sui media internazionali a partire dall\u2019inizio dello scorso anno:<\/p>\n<ul style=\"text-align: justify;\">\n<li>8 gennaio 2007, uccisione di 18 e arresto di 17 persone durante quello che i cinesi hanno definito \u201cattacco a una base terroristica\u201d;<\/li>\n<li>9 marzo 2008: i cinesi dichiarano di aver sventato il piano di dirottamento di un aereo tra Beijing e Urumqi (capitale dello Xinjiang), e di aver ucciso 2 miliziani e averne arrestati 15 il giorno 27 gennaio 2008;<\/li>\n<li>10 aprile 2008, smantellati due gruppi terroristi, arresto di 45 persone, che secondo i cinesi \u201cvolevano rapire gli atleti\u201d;<\/li>\n<\/ul>\n<p style=\"text-align: justify;\">Queste sono tutte notizie che i cinesi si sono limitati a commentare, sbrigativamente, attraverso comunicati alle loro agenzie, dichiarando di essere sotto attacco di \u201cterroristi islamici\u201d, e di aver sventato piani e attacchi contro le Olimpiadi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Patata bollente o asso nella manica? Il Grande Gioco continua\u2026<\/strong><br \/>\nLe Olimpiadi, come si poteva facilmente immaginare, da makeup per sponsorizzare un nuovo volto della Cina sull\u2019arena internazionale, si sono trasformate in una vetrina per i movimenti interni di opposizione al regime. A questo processo stanno partecipando attivamente i media internazionali, da una parte attirati dagli scoop e dalla notiziabilit\u00e0 dei retroscena del gigante asiatico, dall\u2019altra coperti alle spalle dal consenso delle istituzioni e dei gruppi di potere occidentali, interessati a ridimensionare il brand \u201cCina\u201d. L\u2019argomento principe, simbolo negli immaginari mediali occidentali della repressione cinese, \u00e8 la causa tibetana. Se il Tibet \u00e8 la vera patata bollente nelle mani di Hu Jintao, lo Xinjiang, pur avendo molte caratteristiche in comune con il Tibet, si \u00e8 spesso rivelato l\u2019asso nella manica del PCC: \u201cvedete che sono violenti? Sono i terroristi islamici, li riconoscete?\u201d ci dicono i cinesi, ammiccando esplicitamente alla War on Terror che da anni sta consumando Medio Oriente e Afghanistan.<br \/>\nIn Asia Centrale il Grande Gioco continua, e la politica cinese sembra non essere cambiata da secoli a questa parte: lo Xinjiang, in quanto naturale passaggio per chi avesse voluto invadere l\u2019Impero Cinese, \u00e8 sempre stato vitale per la sua difesa, e ogni dinastia ha sempre fatto di tutto per tenere le mani su questa lontana provincia. Come riporta Terzani ne \u201cLa porta proibita\u201d, i cinesi hanno ripetuto per secoli: \u00abse lo Xinjiang \u00e8 perso, la Mongolia \u00e8 indifendibile, e con questo Beijing \u00e8 vulnerabile\u00bb (1984: 69). E anche se tra i \u201cdiritti umani\u201d esiste il \u201cdiritto di autodeterminazione dei popoli\u201d, sancito dalla Carta delle Nazioni Unite, non \u00e8 difficile affermare (con una buona dose di cinismo) che tale diritto viene reclamato (e reclamizzato) a gran voce solamente quando il suo rispetto \u00e8 strumentale agli obiettivi che uno o pi\u00f9 attori collettivi si propongono di raggiungere nell\u2019arena internazionale. In questo contesto del nuovo Grande Gioco i media non sono solo un\u2019arena di scontro, o uno specchio nel quale leggere i riflessi (pi\u00f9 o meno distorti) di ci\u00f2 che\u00a0 avviene in altri tavoli. I media\u00a0 sono anche un attore che si \u00e8 imposto con prepotenza, e che i giocatori non possono pi\u00f9 ignorare. \u00c8 in questo frame che vanno lette le mosse di Washington, che da una parte appoggia gli esuli tibetani e uiguri, dando grande risonanza alle loro rivendicazioni, e dall\u2019altra toglie la Cina dalla \u201clista nera\u201d dei paesi che violano i diritti umani. Cos\u00ec come Beijing da una parte apre un dialogo con il Dalai Lama (contromossa mediatica alle proteste dei mesi passati, diretta al pubblico globale), e dall\u2019altra cala la sua scure repressiva sul Tibet.<br \/>\nInfine, oltre alla modalit\u00e0 con cui alcuni temi vengono trattati, \u00e8 significativa anche la loro presenza (o assenza) nell\u2019agenda mediatica. Se tutti sanno dov\u2019\u00e8 Lhasa, Urumqi rimane un punto di domanda nelle mappe geografiche, a causa del blackout assoluto delle informazioni. Ed \u00e8 anche questo un elemento che pu\u00f2 suggerire da una parte l\u2019importanza dello Xinjiang per Beijing, dall\u2019altra il successo della morsa della Repubblica Popolare Cinese, dopo circa mezzo secolo di politiche repressive nella regione.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em>Riferimenti bibliografici<\/em><br \/>\nMillward, J. (2004), <em>Violent Separatism in Xinjiang: A Critical Assessment<\/em>, East-West Centre, Washington.<br \/>\nTerzani, T. (1984),<em> La Porta Proibita<\/em>, Longanesi, Milano.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Dal Tibet allo Xinjiang In questo gran frastuono mediatico sollevato dal caso tibetano, che ha conquistato dalle copertine dei tabloid ai monografici delle riviste di geopolitica, ogni tanto capita di sentir parlare dello Xinjiang: una regione<a class=\"moretag\" href=\"https:\/\/www.itstime.it\/w\/tibet-e-xinjiang-sui-media-globali-conflitti-sul-tetto-del-mondo-nello-scacchiere-del-grande-gioco-by-matteo-vergani\/\">Read More&#8230;<\/a><\/p>\n","protected":false},"author":2,"featured_media":0,"comment_status":"closed","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[1],"tags":[],"class_list":["post-664","post","type-post","status-publish","format-standard","hentry","category-uncategorized"],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.itstime.it\/w\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/664","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.itstime.it\/w\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.itstime.it\/w\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.itstime.it\/w\/wp-json\/wp\/v2\/users\/2"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.itstime.it\/w\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=664"}],"version-history":[{"count":2,"href":"https:\/\/www.itstime.it\/w\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/664\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":781,"href":"https:\/\/www.itstime.it\/w\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/664\/revisions\/781"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.itstime.it\/w\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=664"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.itstime.it\/w\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=664"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.itstime.it\/w\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=664"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}