IS attacca dal mare? La minaccia “waterborne”: l’acqua come ambiente operativo di opportunità – by Emilio Palmieri

Sono recenti le indicazioni presenti sui media che riportano valutazioni da parte degli apparati di sicurezza nazionali circa la possibilità che strutture militanti attualmente operanti in Libia possano utilizzare il mare come piattaforma da cui lanciare attacchi. Il livello di confidenza attribuita all’informazione è stimata “media”, anche se il recente threat stream nei confronti dell’Italia impone un serio apprezzamento circa i  plausibili livelli di rischio che il Paese corre.La problematica operativa non è nuova: sin dagli anni ’80, infatti, il terrorismo marittimo è stato uno strumento utilizzato dai network in quanto ritenuto fattibile ed efficace per la conduzione di campagne aggressive.

Di seguito alcuni tra i più significativi eventi:

  • ottobre 1985: sequestro dei passeggeri della motonave Achille Lauro in viaggio nel Mediterraneo e uccisione del cittadino statunitense Leon Klinghoffer, atto perpetrato da un team di quattro elementi del Fronte per la Liberazione della Palestina;
  • ottobre 2000: attacco, per mezzo di un barchino esplosivo, alla nave USS Cole della Marina Militare statunitense ormeggiata nel porto di Aden che ha prodotto la perforazione dello scafo, la morte di 17 marinai e il ferimento di 39, atto eseguito da elementi di una cellula di Tanzim al-Qa’ida che successivamente avrebbe dato vita all’affiliata al-Qa’ida nella Penisola Arabica (AQAP);
  • luglio 2000: attacco, per mezzo di un barchino esplosivo, alla motonave giapponese M. Star, un oil tanker carico di greggio e in rotta verso il Giappone, all’ingresso dello Stretto di Hormuz, rivendicato da una fazione di AQAP;
  • ottobre 2002: attacco per mezzo di barchino esplosivo al tanker francese Limburg al largo delle coste dello Yemen;
  • febbraio 2004: esplosione all’interno di un ferry-boat filippino che ha provocato l’uccisione di circa 100 persone ed è stato rivendicato dal gruppo qa’idista locale Abu Sayyaf.

E’ noto come network estremisti quali Hezbollah, la Jemaah Islamiyah, il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina e le Tamil Tigers dello Sri Lanka abbiano una lunga tradizione di capacità di utilizzo dell’acqua quale dominio su cui e da cui svolgere attacchi contro target di opportunità.

In tema l’Italia è particolarmente esposta; e questo per almeno tre ordini di ragioni:

  • innanzitutto, l’elemento acqua è uno degli aspetti di forza del Paese, ma è anche un significativo fattore di vulnerabilità in relazione all’estensione (si pensi solamente alle migliaia di kilometri interessati in termini di acque territoriali) ed al traffico marittimo eterogeneo presente;
  • in secondo luogo, la presenza e operatività di strutture di supporto all’attività marittima o fluviale in termini di porti, basi militari, darsene, siti sensibili;
  • infine, il recente interesse al contesto acquatico, rilevabile dalla campagna propagandistica comparsa sui social media da parte dei network estremisti violenti – in particolar modo lo Stato Islamico -, che viene visto come ambiente operativo per condurre azioni aggressive contro l’Italia. In particolare, il mare viene indicato come vettore non solo per il trasbordo massivo di migranti (asseritamente di 500,000 individui), ma anche per la conduzione di attacchi ai danno del naviglio civile e commerciale.

L’ambiente acquatico e i siti di pertinenza costituiscono pertanto un “assetto” nevralgico del sistema-paese; la rilevanza si manifesta sia in termini economici (commerciali, di movimento di risorse/beni, turistici, terminali di stream energetici) che in termini di difesa militare (siti di rilevanza strategica, basi di mantenimento delle flotte militari).

Quanto emerge da questo sintetico quadro di premessa fa comprendere come, il contesto in descrizione (sia marittimo che fluviale), sia sicuramente considerato dall’avversario in termini di processo di targeting di opportunità.

L’intento del presente articolo ,quindi, non vuole essere quello di fornire all’avversario spunti o suggerimenti (di cui francamente pare non ne abbia bisogno); per contro, è quello di giocare in termini di “red cell” ovvero di provare a mettersi nella testa dell’avversario e tentare di sviluppare il processo di targeting individuando quelle vulnerabilità che gli consentono di colpire efficacemente. La finalità, infatti, è quella di contribuire ad alzare il livello di threat awareness per mezzo dell’analisi della tipologia di agente, delle possibili linee d’azione ed delle tipologie di contesto operativo collegabile all’ambiente acquatico.

Alcuni riferimenti informativi.    

In tema di capacità waterborne da parte di strutture militanti estremiste, rileva un capitolo del documento intitolato  “The Global Islamic Resistance Call” scritto dal noto stratega Abu Musab al-Suri; in esso viene specificato che:

“Third: The straits and the main sea passages.

On the Earth there are five (5) important straits, four of them are in the countries of the Arabs and the Muslims. The fifth one is in America, and it is the Panama Canal.

These straits are:

  1. The Strait of Hormuz, the oil gate in the Arab-Persian Gulf.
  2. The Suez Canal in Egypt.
  3. The Bab el Mandib between Yemen and the African continent.
  4. The Gibraltar Strait in Morocco.

Most of the Western world’s economy, in terms of trade and oil, passes through these sea passages. Also passing through them are the military fleets, aircraft carriers and the deadly missiles hitting our women and children… It is necessary to shut these passages until the invader campaigns have left our countries. This can be done by targeting American ships and ships of its allies, on the one hand by blocking the passages with mines and sinking the ships in them, or by threatening the movement there by piracy, martyrdom operations, and by the power of weapons whenever possible. These are among the most important targets of the Resistance: ‘Oil fields—oil pipelines—export harbors—sea navigation routes and oil tankers—import harbors in their countries—storage depositories in their countries’…”

Nel febbraio 2011, i servizi informativi russi FSB hanno indicato in un rapporto come al-Q’ida nel Maghreb Islamico (AQIM) avesse costituito un team – forte di circa 60 suiciders (definito “Marine Unit”) – con il compito di condurre una duplice tipologia di azioni contro obiettivi presenti sul Mediterraneo: applicazione di esplosivo sotto le chiglie delle navi e attacchi per mezzo di barchini esplosivi.

Il recente e-book intitolato “The Islamic State – 2015” offre, in due punti, riferimenti sul tema:

  • … Islamic armed groups a lot of freedom … , and on the Mediterranean sea, … to target Europe” (pag. 91);
  • They will enter Rome from the Mediterranean sea (from Tunisia & Libya)” (pag. 95).
  • Infine, appare interessante richiamare la figura di Abdul al-Rahim al-Nashiri, noto anche come “Il Principe del Mare”, mastermind dei richiamati attacchi alla nave militare statunitense USS Cole e al tanker francese Limburg, il quale, dopo essersi unito con la struttura della Tanzim al-Qa’ida sul finire delgi anni ‘90, è diventato capo delle operazioni militari per la penisola arabica. La strategia delineata dal saudita in tema di terrorismo maritime-oriented si basa su quattro punti:
  • impiego di barchini esplosivi contro il naviglio civile o militare;
  • sequestro di navi da far collidere contro porti o siti on-shore;
  • attacco di supertanker per mezzo di piccoli velivoli carichi di esplosivo;
  • utilizzo di subacquei che svolgano lavori di demolizione su carene.

 Lo scenario.

Il problema operativo evidenziato possiede profili eterogenei; al fine di fornire una disamina quanto più esaustiva, si ritiene di ricorrere, come indicato in premessa, ad un approccio descrittivo che  tenga conto delle seguenti variabili: il tipo di portatore della minaccia (chi), l’ambiente operativo acquatico di riferimento (dove), la tipologia di target di opportunità (cosa) e le modalità di azione (come).

La matrice composita che emerge dalla combinazione dei quattro fattori dà l’idea della complessità della minaccia.

Chi.

Gli agenti che possono essere impiegati per portare a compimento attività violente sono così classificabili:

  • militanti organici alle strutture: sono espressione della capacità “convenzionale” che si esprime per mezzo di azioni marittime che hanno come sorgitore il territorio sotto dominio del network (ad esempio le coste libiche di Derna);
  • returnees: sono i c.d. foreign fighters che, una volta rientrati nei paesi d’origine da cui sono partiti, rappresentano importanti asset a cui delegare, per nome e conto della struttura di appartenenza, attività violente in danno ad esempio di porti o siti;
  • operatori solitari: sono individui che pur non appartenendo alle due citate categorie soggettive, a seguito di un processo di radicalizzazione, pongono in essere azioni violente ispirate alle linee ideologiche di riferimento. Un caso potrebbe essere un convertito locale che, approfittando della capacità di penetrazione, si fa assumere da una società di crociere e compie un atto violento nel corso della crociera.

Dove.

Diversi sono gli ambiti  presenti sul dominio acquatico e sui quali può essere portata a compimento l’azione violenta. Possono essere individuati nell’alto mare, nel mare territoriale, nell’ambito fluviale interno (a cui associare anche i navigli, quali quelli presenti a Milano e che saranno interessati per l’EXPO 2015), nonché nei porti/siti/darsene che si trovano a ridosso dei contesti acquatici indicati.

Cosa.

La tipologia di obiettivi sui quali può essere condotta una attività violenta possono essere suddivisi in:

  • soft targets:
    • naviglio civile: pescherecci, navi da crociera, petroliere, sea-cargo, naviglio privato da crociera;
    • porti/siti/daresene: porti commerciali, snodi/hub terminali di gasdotti (off/on shore), aree di stoccaggio di materiale pericoloso, cantieri civili, punti di raccolta per gli imbarchi di turisti;
  • hard targets:
    • naviglio militare: navi militari in generale ed imbarcazioni della forze di polizia;
    • porti/siti: basi militari/polizia per ricovero/manutenzione del naviglio attivo/in disuso, siti di interesse strategico, centri di comando e controllo, cantieri militari.

Come.

Alcuni tra le più significative opzioni operative che possono essere condotte in un ambiente acquatico o fluviale, in danno del naviglio o di siti, sono così sintetizzabili:

  • strike con barchini esplosivi: lo US Department of Homeland Security’s (DHS) nel documento “The 2008 Small Vessel Security Strategy” ha individuato una strategia per la gestione della minaccia proveniente dall’utilizzo di piccoli battelli per l’esecuzione di attentati. Il paper definisce la minaccia associata alle “small boats” come “Use of small vessels as Water Borne Improvised Explosive Device WBIED  – small, explosive-laden vessels used as “boat bombs” against another vessel, maritime critical infrastructure, or key resources”;
  • hostage taking situation: il sequestro di ostaggi è uno dei patter di aggressione tipicamente riconducili ad attività violente religiosamente motivate. La modalità è applicabile sia a bordo di imbarcazioni sia su location on-shore quali, ad esempio, le sale di attesa per l’imbarco; inoltre, la prassi può costituire elemento che concorre alla realizzazione di una progettualità offensiva più complessa che può culminare, ad esempio, con un’azione suicidiaria a mezzo IED;
  • shoot-out: è il compimento di una azione di fuoco indiscriminata, modalità anch’essa associabile in termini di attacco complesso ad esempio con presa di ostaggi. Anche per questa linea d’azione si possono immaginare diversi contesti operativi in cui la stessa può trovare applicazione.

Conclusioni.

Come emerge dalla sintetica disamina descrittiva del bagaglio di capacità offensive in possesso dei network violenti, la capacità di utilizzare tatticamente l’ambiente acquatico (sia esso marittimo che fluviale) in termini di possibilità di un ingaggio diffuso, acquisizione/saturazione del target e produzione di effetti rendono il problema operativo di complessa valutazione e di difficile individuazione delle idonee misure di contrasto.

L’avversario è nelle migliori condizioni di trarre vantaggio operativo dai fattori sorpresa, iniziativa e raggiungimento della superiorità relativa: il risultato è la generazione di effetti diretti relativi a danni fisici/funzionali e di effetti di secondo ordine di natura propagandistica.

La dipendenza strategica dell’Italia dal mare/fiumi, la prossimità alle coste libiche e il chiaro intento di utilizzare il dominio acquatico per condurre attacchi da parte di strutture estremiste impone una seria riflessione in capo alle comunità di intelligence e di polizia (nazionali e no) sul livello di minaccia e di rischio associato al particolare contesto operativo.