Il 1° giugno 2026 è stato effettuato l’arresto nei confronti del ventunenne brianzolo Zakaria Ben Haddi con l’accusa di reato di terrorismo di matrice islamica. Il giovane, di origine marocchina ma nato e cresciuto in Italia, è risultato essere particolarmente attivo nella diffusione online di contenuto multimediale afferente allo Stato Islamico su Instagram e TikTok.
Il giovane brianzolo, tuttavia, non si limitava a condividere video e immagini riguardanti il ‘Califfato’, bensì era particolarmente attivo nella diffusione e traduzione in lingua italiana del materiale propagandistico direttamente prodotto dalle case mediatiche istituzionali di Stato Islamico, rappresentando un significativo punto di raccordo per quanto riguarda il proselitismo, la radicalizzazione ed il conseguente reclutamento all’interno dell’ecosistema pro-Stato Islamico. Nello specifico, è interessante notare come il contenuto multimediale è stato condiviso all’interno delle piattaforme su cui l’arrestato era particolarmente attivo, quali TikTok ed Instagram. Infatti, il modus operandi in termini di condivisione non appare essere il medesimo per entrambe le piattaforme. Considerando TikTok, il materiale condiviso direttamente all’interno del suo profilo era quantitativamente inferiore, se considerata la mole di contenuto presente su Instagram. Pertanto, all’interno di TikTok erano presenti pochi video ascrivibili alle prime fasi della storia dello Stato Islamico, senza alcun riferimento particolarmente esplicito alla propaganda pro-Stato Islamico, focalizzandosi prevalentemente sull’estetica ‘violenta’. Differentemente, su Instagram è stato riscontrato uno scenario completamente differente. Le funzionalità della piattaforma stessa, in particolare le storie in evidenza, sono state utilizzate significativamente da Ben Haddi per veicolare contenuto propagandistico (e non solo) afferente allo Stato Islamico, addirittura indicizzando i contenuti per sezioni tematiche, in modo tale da facilitarne la fruizione per i suoi seguaci, soprattutto per quanto riguarda l’utenza italiana. Infatti, è proprio su Instagram che l’arrestato operava in termini di da‘wa digitale fornendo contenuto propagandistico pro-Stato Islamico interamente tradotto in italiano.
Lo ‘shift comportamentale’ all’interno delle due piattaforme è la chiave di volta per capire i meccanismi odierni di reclutamento e conseguente radicalizzazione degli ecosistemi estremisti online, soprattutto in termini di audience demograficamente giovane. Ad oggi, i social network sono permeati da un enorme quantitativo di contenuto altamente variegato, condiviso in diverse modalità e forme a seconda della piattaforma di riferimento. In questo senso, ecosistemi digitali estremisti (come nel caso dell’ecosistema pro-Stato Islamico) sfruttano le features e le narrative ‘virali’ e maggiormente apprezzate delle singole piattaforme per veicolare il proprio messaggio, ideologia e propaganda, così conformando la propria narrativa alle necessità comunicative dell’audience di riferimento nelle varie piattaforme. Questo, quindi, permette a tali gruppi di avere maggiori opportunità di engagement a fronte dei meccanismi di da‘wa digitali, massimizzandone i risultati.
Il ventunenne, inoltre, non ha mancato di manifestare la sua volontà di compiere atti violenti, menzionando più volte il desiderio di compiere “il martirio in nome di Allah”. In particolare, tale tematica è diventata fulcro della sua narrativa online, soprattutto a seguito della tragica vicenda che ha colpito Modena con l’attacco (su cui ad oggi non verte una vera e propria rivendicazione o affiliazione diretta) compiuto da Salim el Koudri. La vicenda di Modena ha infatti agito quale catalizzatore e acceleratore per quella che era una tematica già ricorrente all’interno dei profili TikTok ed Instagram appartenenti al giovane, rendendo il soggetto ancora più imprevedibile, sempre più vulnerabile ed incline ad una possibile azione violenta.
Nella dimensione social media, Zakaria non emerge dal nulla. Il suo iter di radicalizzazione online risulta essere di significativa rilevanza, riflettendo quelle che sono le recenti tendenze e ‘preferenze’ dei giovani individui che, ad oggi, si avvicinano ai network estremisti online. Nonostante il focus preponderante della sua attività nei confronti del jihad e, in particolare, verso la propaganda e la storia dello Stato Islamico, il giovane si era in primis avvicinato a gruppi e ambienti dell’estrema destra. All’interno di tali spazi digitali, l’individuo era particolarmente attivo in conversazioni e dibattiti con altri utenti su Telegram. Inoltre, guardando all’attività ‘indiretta’ (repost) dei suoi profili social, appare evidente come, soprattutto nei mesi precedenti all’arresto e alle ultime fasi del suo ‘jihad mediatico’, il ventunenne fosse affascinato da contenuto inerente alla True Crime Community (TCC), all’ecosistema nichilista violento (NVE), all’estremismo di natura cattolica, ed in generale a materiale definibile come ‘violence-based’. Solo in seguito, soprattutto in determinati ambienti digitali, l’utente ha focalizzato tutta la sua attenzione e sforzo mediatico nei confronti del jihad e della condivisione di propaganda dello Stato Islamico.
Tutto ciò denota una vera e propria fascinazione per gli ‘estremi’ e per la ‘violenza fine a sé stessa’, senza troppe ragioni e senza troppe congetture di senso, come a voler dare forma plastica alla propria frustrazione. A seguito del suo arresto, infatti, è stato possibile osservare reazioni da parte del network di utenti a lui circostante. Alcuni lo accusano, mentre altri lo difendono, cercando di svincolarlo dalla reputazione di ‘jihadista’, affermando che, in realtà, si dichiarava un cattolico ortodosso, semplicemente interessato e affascinato dalla storia dello Stato Islamico tanto da volerne condividere i materiali, ma “solo a scopo divulgativo.”
Al di là di tutto ciò che si legge a riguardo di quanto fatto da Zakaria e sulle varie allegazioni che le testate giornalistiche ad oggi si apprestano a fare, sono essenzialmente due le riflessioni significative da sviluppare a seguito di quanto accaduto. In primo luogo, tale vicenda non ha solamente evidenziato la pericolosità rappresentata dalla perpetrata azione di diffusione di propaganda terroristica in italiano, che avrebbe inoltre potuto tradursi in atti violenti, bensì essa restituisce un profilo complesso dell’individuo oltre il suo operato online. Infatti, ciò che emerge è il ritratto di un giovane solo, completamente risucchiato dalla bolla digitale, uno spazio in cui si sentiva forte e al sicuro, a differenza di ciò che lo circondava al di fuori della sua stanza. Come si evince dalla sua prima dichiarazione a seguito dell’arresto, il ragazzo ha affrontato delle serie difficoltà a seguito della bocciatura scolastica che segnò l’inizio di un periodo di ‘buio’, costellato da un sentimento di forte fallimento. Tutto ciò, infatti, era particolarmente manifestato nei suoi profili dove, tra un video e l’altro dello Stato Islamico, sopraggiungevano immagini e video che riflettevano l’idea di un individuo particolarmente vulnerabile ed emotivamente instabile.
In secondo luogo, tale arresto non fa altro che riconfermare l’ormai consolidata tendenza che vede come denominatore comune dei recenti arresti per terrorismo la giovane età e la centralità delle piattaforme online, in particolar modo i social network. Gli spazi digitali messi a disposizione dalle big tech non fanno altro che, da un lato, creare hub comunicativi intensivi, dove gli utenti non sono solo fruitori del contenuto condiviso, bensì ne possono essere facilmente gli stessi creatori e divulgatori. Dall’altro, si sta sempre più radicando il ruolo centrale di tali piattaforme come ‘entry point’ per potenziali supporters e simpatizzanti degli ecosistemi estremisti, così veicolandone l’iter di radicalizzazione e il conseguente reclutamento all’interno degli stessi. Ciò appare particolarmente rilevante per l’audience demograficamente più giovane attiva su tali piattaforme, costantemente connessa e potenzialmente a qualche ‘click di distanza’ dai materiali di matrice estremista, rendendo la radicalizzazione un fenomeno radicato nei tessuti sociali più giovani e, inevitabilmente, più vulnerabili.
