L’attentato di Modena è un’occasione importante per una riflessione attenta. Ci aiuta il partire dal presupposto che “non c’era alcuna buona ragione per pensare che non sarebbe successo” a Modena o altrove in Italia, perché si tratta di un attentato sviluppato con una modalità operativa da anni “viralizzata”: oggetto di specifica propaganda da parte del terrorismo, soprattutto jihadista, quale strumento facile e poco costoso (automobile ariete sulla folla e poi utilizzo del coltello da parte dell’attaccante) da imitare.
Modena, dunque, è il buon risultato della penetrazione comunicativa del terrorismo che, per un’Italia che si pensava immune dal terrorismo islamista, fa suonare un campanello d’allarme. Indipendentemente dal fatto che quanto accaduto a Modena trovi motivazione nell’adesione dell’attaccante al jihad oppure no.
Questa premessa ci chiede di comprendere quanto accaduto per ridurre le vulnerabilità, migliorare le difese, rimuoverne le cause.
Nelle righe che seguono cerco di farlo, riorganizzando i concetti che ho già espresso nelle numerose interviste di questi giorni, rispondendo a tre domande:
Si è trattato di un attacco terroristico?
L’attaccante è un jihadista o un pazzo o un immigrato non integrato?
Come possiamo difenderci?
Si è trattato di un attacco terroristico?
Sì, certamente.
La risposta a questa domanda implica una necessaria e urgente riflessione sulla definizione di terrorismo, oggi inutilmente legata alle forme di terrorismo politico ed europeo del secolo scorso, che richiede la volontà politica di sovvertimento del sistema. Senza motivazione politica, non c’è terrorismo: questo è un errore normativo che limita sia la possibilità di giudizio sia di indagine, ispirandosi a un quadro concettuale superato.
Il terrorismo degli ultimi decenni non è più quello del passato: è più radicale ed etimologicamente coerente con il proprio nome: “terrore”. Oggi un attentato terroristico è tale per gli effetti che ottiene e non per le ragioni che lo motivano.
Tali effetti si riscontrano su due livelli.
Il primo effetto riguarda la società che viene colpita, l’obiettivo è la destabilizzazione della vita quotidiana, la rottura delle routine, la diffusione della paura sia attraverso la scarsa comprensione delle motivazioni dell’atto da parte delle vittime, sia per la scelta di bersagli quotidiani (la massa delle persone e la semplicità delle cose): terrorizzarla.
Il secondo effetto riguarda l’organizzazione stessa del terrorismo: ogni attacco viene sfruttato sul piano comunicativo per rinforzare la viralità del modo operativo. È normale che dopo ogni attentato le piattaforme digitali legate al terrorismo rilancino video e immagini dell’evento, santificando l’attentatore e propugnandone l’imitazione.
A Modena il primo effetto è stato immediatamente evidente.
Il secondo effetto si è subito realizzato nelle prime ore dopo l’attentato quando su Facebook, un primo utente ha condiviso il video di quanto accaduto, insieme a un bot per un canale di notizie del jihad su Telegram che riposta il video. Seguono una ventina di commenti che elogiano quanto fatto da Salim el-Koudri e invitano all’emulazione. La medesima comunicazione va in onda su TikTok, Instagram e altre piattaforme utilizzate dal jihad: la viralizzazione che produce imitazione ha inizio.
Dunque, entrambi gli effetti sono presenti: Modena è stato un attacco terroristico se lo misuriamo sugli effetti funzionali al terrorismo.
L’attaccante è un jihadista o un pazzo o un immigrato non integrato?
È tutte e tre le cose, e anche di più.
Il dibattito è immediatamente esploso con narrative monodimensionali che davano una risposta univoca. Per qualcuno era un jihadista. Per qualcun altro un pazzo. Per altro ancora un immigrato che esprimeva la sua rabbia.
Ciascuna di queste affermazioni soddisfa esclusivamente la convinzione di chi la esprime, ma non ha a che vedere con la realtà. Puntare il dito e l’accusa contro ciascuno e solamente uno di questi tipi, soddisfa la propria convinzione e prospettiva ideologica fornendo un’adeguata argomentazione.
Ma non è realtà.
La domanda è: c’è qualche buona ragione per cui un terrorista non possa rappresentare contemporaneamente questi tre tipi? Anche ragionando secondo il vecchio schema di “appartenenza motivata” a un gruppo terrorista? Perché se assumiamo la mia proposta fondata sugli “effetti”, la domanda acquista minore rilevanza.
In ogni caso la risposta è: no.
Anzi, è nella storia del terrorismo (non solo jihadista, ma per esempio a cominciare dal vecchio terrorismo Tamil) di promuovere reclutamento tra fasce disagiate, disabili e psichicamente instabili della popolazione.
Il “matto” è un target della radicalizzazione.
Questa nota evidenzia un “flag” su questo tipo umano.
Per quanto riguarda l’immigrazione, molto spesso la marginalità la riconduce all’affermazione precedente.
Ed è anche vero che la maggior parte degli immigrati viene in Italia per lavorare e cercare un futuro. È però anche vero che la maggior parte degli attacchi jihadisti in Europa è stata compiuta da immigrati di prima o seconda generazione. Anche questa nota evidenzia un “flag” su questo tipo umano.
Infine, per quanto riguarda il “tipo jihadista”, forse il patentino non è pubblico, anzi, come ben spiegato dalle tecniche di simulazione proprie di questo terrorismo, è bene non apparire se non nel momento dell’attacco.
In conclusione, identificare il terrorista come un unico “tipo umano”, classificabile con criteri semplici e monodimensionali, fa parte dell’illusione di poter semplificare le cose che per loro natura non lo sono, in questo modo credendo di comprenderle.
Oppure, per soddisfare le proprie ragioni, cercando un colpevole o un innocente coerente con le categorie ideologiche che mi rappresentano.
Il terrorista è “uno” solo quando si manifesta con l’attacco che produce i due effetti commentati. Per il resto, è qualcuno che si aggira nella nostra comunità senza la necessità di apparire così distante dagli altri, plurale come tutti, multidimensionale nella sua descrizione.
Come possiamo difenderci?
Col controllo esterno e il cambiamento interno.
Le strategie sono necessariamente due: una a breve termine per ridurre il rischio e minimizzare il danno; l’altra a medio-lungo termine per rimuovere le cause.
Per sviluppare queste strategie dobbiamo considerare i due caratteri principali della nostra società che, da tempo, è una società radicalizzata e disintegrata.
La radicalizzazione violenta si affaccia rapidissima e spesso come prima scelta individuale di espressione di rabbia, scontento, paura, identità senza intermediazioni.
Essa è sfruttata dal terrorismo politico e religioso.
Essa è il frutto di una società violenta che argomenta sulla legittimità della violenza caso per caso, dando così a ciascuno, a causa della frammentarietà delle opinioni, di trovarsi almeno qualche volta d’accordo con la necessità della violenza. Anche questo è il successo della radicalizzazione: legittimare i distinguo sull’atto violento per le ragioni e non per gli effetti.
Forse non per caso ho proprio suggerito che il terrorismo fosse tale per gli effetti: perché la sua definizione diventerebbe oggettivamente poco discutibile.
Così come la violenza non può ammettere discussione che la giustifichi.
La disintegrazione della società è evidente nella sua incapacità di educare cittadini a una comunità di lingua e valori, di cultura. Non si tratta solo di frammentazione, esplosione in frammenti e piccoli pezzi dell’unità senza tuttavia perdere il riferimento a quest’ultima. E di più: la disintegrazione implica la perdita della coesione interna, delle relazioni tra i componenti fondamentali della struttura sociale, il suo cambio di forma, l’assenza di modelli condivisi.
Dunque, la disintegrazione del sistema riguarda innanzitutto noi stessi, le nostre istituzioni e relazioni: abbiamo bisogno di tempo e volontà per ricostruire un modello condiviso di vita sociale.
E in questa situazione ci si pone la domanda su come “integrare” l’altro? Integrare a cosa? Considerato che non abbiamo modelli di riferimento? Dopo avremo la possibilità di integrare altri, avendo un modello da proporre.
In questo contesto di radicalizzazione e disintegrazione, la riduzione del rischio passa attraverso il controllo del limite dell’agire che non può che esprimersi attraverso l’esercizio del potere e della forza: anticipare per reprimere e intervenire per contenere il danno.
Il controllo attraverso il potere e la forza non è la soluzione al problema, ma è necessario perché genera la condizione per affrontare la soluzione in uno scenario libero dall’urgenza data dall’attualità della minaccia.
Infatti, la seconda strategia a lungo termine non può che attuarsi senza la pressione della minaccia e l’instabilità della paura.
Ora più che mai è necessario avere chiaro il quadro: esercitare un controllo sempre più efficace per trovare una soluzione delle cause necessariamente sistemica, con il coinvolgimento organizzato soprattutto delle istituzioni deputate alla sicurezza, all’educazione e alla gestione sanitaria delle persone.
Si tratta di due strategie (breve/lungo termine; controllo/rimozione delle cause) che devono essere tra loro interdipendenti per scelta politica: la sola strategia del controllo produce inevitabilmente una escalation degli atti violenti, in un continuo rimpallo tra azione e repressione, se non accompagnata dai progressi di una strategia a lungo termine che affronti le cause.
Quanto accaduto a Modena ha mostrato una società che ha comprensibilmente paura, anche perché per sconfiggere la violenza deve innanzitutto trovare le buone ragioni al proprio interno, e spezzettata nelle tante interpretazioni soggettive del terrorismo che sono solo funzionali ai loro autori, per confermarne le convinzioni.
È un atteggiamento comprensibile ma pericoloso perché genera grande vulnerabilità.
Dipende soprattutto da noi se le cose andranno… peggio.
