Le prime ricostruzioni sul caso di Modena sembrano allontanare, almeno sul piano investigativo e giuridico, l’ipotesi di un attentato terroristico in senso stretto. Eppure, limitarsi alla dicotomia terrorismo sì/terrorismo no oscura un elemento cruciale: anche in assenza di radicalizzazione conclamata, le modalità dell’azione richiamano in maniera più che evidente repertori ormai tipici del terrorismo contemporaneo.
L’uomo ha deliberatamente lanciato un’automobile contro una folla di civili in uno spazio urbano, generando panico indiscriminato e colpendo persone scelte non per identità specifica ma per la loro semplice presenza sul posto. Si tratta di una dinamica che negli ultimi dieci anni è diventata familiare in Europa. Da Nizza e Berlino (2016), passando per Londra e Stoccolma (2017), Magdeburgo (2024) e Monaco di Baviera (2025), il vehicle ramming attack è stato progressivamente codificato come strumento di violenza ad alto impatto psicologico, semplice da eseguire e capace di produrre un’enorme eco mediatica.
Questo non significa affermare che il caso di Modena sia terrorismo, bensì riconoscere che il terrorismo contemporaneo non produce soltanto attentati, ma anche modelli imitabili di violenza.
Nel caso di Salim El Koudri a Modena, inoltre, non c’è stato soltanto il vehicle ramming. Dopo essere stato fermato, l’uomo ha proseguito l’azione con un coltello, aggiungendo un secondo livello di violenza che richiama da vicino un’altra tattica del repertorio jihadista contemporaneo: quella delle operazioni immersive (da inghimas, “immersione”). Nel lessico jihadista, il mujahid inghimasi è il combattente che, una volta penetrato nello spazio nemico o una volta bloccato, non si arrende né ricerca immediatamente il martirio, ma continua a combattere “immerso” tra i nemici, cercando di prolungare l’azione, aumentare il numero delle vittime e amplificare l’impatto simbolico dell’attacco. È una figura celebrata dalla propaganda di DAESH, ad esempio in riferimento all’attentato a New Orleans del 2025.
Anche per questo, ridurre il caso italiano esclusivamente a un episodio di disagio psichico rischia di oscurare un elemento cruciale: l’immaginario operativo del terrorismo contemporaneo produce repertori di azione, estetiche della violenza e modelli imitativi.
Queste operazioni, inizialmente associate a una precisa ideologia, hanno finito col superare i confini del jihadismo stesso. È qui che emerge una distinzione fondamentale: quella tra motivazione e grammatica dell’azione. La motivazione di un soggetto può essere personale, psicologica, caotica e non politicizzata. Ma la forma della violenza può comunque essere presa in prestito da repertori consolidati del terrorismo globale. In altre parole, si può non aderire a un’ideologia terroristica e al tempo stesso riprodurne le dinamiche operative, le logiche spettacolari e l’impatto collettivo.
Questo fenomeno rappresenta una delle trasformazioni più rilevanti della violenza contemporanea. Le modalità terroristiche non restano più confinate all’interno delle organizzazioni estremiste, ma entrano nell’immaginario pubblico globale, diventano riconoscibili, replicabili e potenzialmente imitabili anche da soggetti isolati, instabili o privi di un percorso ideologico coerente.
Le categorie investigative e giudiziarie restano fondamentali, ma sul piano analitico occorre osservare anche la circolazione delle forme della violenza. Perché gli effetti, per le vittime e per la società, restano profondamente simili: paura diffusa, senso di vulnerabilità e percezione improvvisa che qualunque spazio quotidiano possa trasformarsi in un luogo di attacco.
Un’altra tendenza interpretativa dura a morire negli studi sul terrorismo è la contrapposizione quasi automatica tra terrorismo e disagio psichico: “non era un terrorista, aveva problemi psichiatrici”. È una lettura riemersa anche nel caso di Modena.
Ma le due dimensioni non si escludono affatto. Al contrario – soprattutto nel caso degli attori solitari – vulnerabilità psicologiche, fragilità identitarie, isolamento o instabilità emotiva possono rappresentare fattori che aumentano l’esposizione a dinamiche di radicalizzazione, imitazione e violenza estrema.
Ridurre tutto alla formula “aveva problemi psichiatrici” rischia quindi di oscurare il fatto che il terrorismo contemporaneo non si alimenta soltanto di adesione ideologica pienamente coerente, ma anche della capacità di alcuni immaginari violenti di offrire copioni d’azione a individui già vulnerabili.
In futuro, la sfida sarà proprio questa: superare categorie rigide e rassicuranti che separano artificialmente “terrorismo”, “devianza”, “fragilità psichica” e “violenza individuale”. Perché le forme di violenza contemporanea nascono sempre più spesso nelle zone grigie, negli spazi ibridi in cui ideologia, imitazione, frustrazione personale, ricerca di riconoscimento e culture digitali si intrecciano.
Continuare a chiedersi soltanto se qualcuno fosse davvero un terrorista è utile per verificare la presenza di eventuali elementi ideologici e dottrinali pregressi, ma fermarsi a questo rischia di farci ignorare la domanda più importante: quali immaginari, quali linguaggi e quali modelli di azione stanno normalizzando l’idea che travolgere una folla con un’auto possa essere un gesto concepibile?
