Emozioni e identità: nuove prospettive per comprendere gli attuali fenomeni estremisti violenti e il terrorismo – by Barbara Lucini

Negli ultimi cinque anni i fenomeni di estremismo violento, terrorismo e aggressioni di varie tipologie sono profondamente cambiati adattandosi ad un contesto tecnologico e sociale che pone sempre più sfide alle singole persone.

Gli scenari quotidiani di conflitti diffusi e ibridi, una strisciante e perdurante crisi economica, varie instabilità politiche e l’avvento di nuove tecnologie hanno un impatto importante sulla vita delle persone e vengono da queste interpretati e vissuti in modo molto differente a seconda delle condizioni pregresse.

In questo quadro così aleatorio, l’odio e la violenza si riconoscono come espressione di un nuovo modo di intendere i processi di socializzazione e la comunicazione sottostante. Infatti, le società appaiono sempre più polarizzate e orientate a forme di aggressione sociale che esitano in percorsi e tipologie diverse, certamente influenzate da un ambiente di vita digitale nel quale gli elementi della dimensione off-line e di quella on-line si confondono, creando fenomeni sociali nuovi che richiedono maggiore attenzione.

È questo il caso dei processi di radicalizzazione, dei fenomeni di estremismo violento e degli eventi terroristici profondamente cambiati in relazione ai mutamenti del contesto che non appaiono adeguatamente considerati per gli impatti che producono. Infatti, per la comprensione dei nuovi fenomeni di estremismo e violenza è necessario un cambio di prospettiva che passa dalla considerazione che i fattori ideologici intesi come attivatori  dei processi di radicalizzazione e terrorismo hanno perso la loro validità in favore di fattori emotivi che, in modo trasversale nell’ambito degli ecosistemi digitali comunicativi, intercettano problematiche identitarie personali, dinamiche di riconoscimento di gruppo, vulnerabilità economiche, politiche, morali.

I driver emotivi si legano quindi ad un contesto per il quale le forme di conflitto, anche internazionali, si producono e si alimentano attraverso narrative strumentalizzate e polarizzate che rimarcano questioni identitarie, di riconoscimento e appartenenza sociale finalizzate al riempimento di vuoti e assenze che trovano le loro radici in quello che ormai può essere definito l’oblio post-pandemico.

Inoltre, l’ecosistema comunicativo digitale, basato anche sugli strumenti resi possibili dall’intelligenza artificiale, che permea gli attuali processi di radicalizzazione e di estremismo violento, esclude le forme di radicalizzazione solitaria perché l’estremismo contemporaneo appare sempre più da intendersi come una forma identitaria sociale plasmata dalle esperienze pregresse e dai contesti sociali, culturali, comunicativi, tecnologici, economici, politici abitati.

In uno scenario così delineato, profondamente in crisi e in cerca di definizione, le emozioni percepite ed esperite assumono un ruolo centrale nella formazione della propria identità sociale che è poi la porta di accesso al modo con il quale si interpreta il mondo e le relazioni sociali.  

A questo riguardo, non stupiscono i dati relativi alla condizione giovanile e alle esperienze di estremismo violento e terrorismo.

In particolare, gli ultimi rapporti europei sui fenomeni di estremismo e terrorismo riportano che quasi un 30% di chi è coinvolto in vario modo in eventi estremisti e attacchi terroristici è minore, una tendenza in crescita che dovrebbe destare le necessarie preoccupazioni: 12 anni è l’età del più giovane accusato di pianificare un attacco terroristico.

Viene poi espressa una maggiore presenza del genere maschile ed un orientamento ideologico prevalentemente islamico, nonché varie forme di vulnerabilità che producono un substrato fertile per fare attecchire le narrative di propaganda e reclutamento che ora si avvalgono di strumenti e ambienti immersivi e per il cui funzionamento il ruolo delle emozioni diventa centrale.

Da questa prospettiva i vari gruppi estremisti, senza particolare distinzione ideologica, sembrano avere ben compreso l’importanza delle emozioni e come sfruttarle, considerato il modo e il grooming con i quali attivano processi di reclutamento e adesione a visioni radicali e azioni terroristiche.  

Dalla lettura di questi dati emerge la convinzione che la realtà degli attuali fenomeni di estremismo e terrorismo sia ben più complessa e articolata di quanto appare.

Un primo elemento di complessità è il passaggio, già evidenziato in diversi progetti europei ai quali chi scrive ha partecipato, dai driver ideologici ai driver emotivi nello sviluppo di processi di radicalizzazione.

Le emozioni rappresentano l’elemento verso il quale convergono tutte le tipologie di vulnerabilità e soprattutto rappresentano il fattore più sfruttato da parte delle organizzazioni terroristiche e dei gruppi estremisti per attrarre sostenitori e adepti. A questo proposito, l’analisi delle narrative dei gruppi estremisti di vario orientamento ideologico mostra chiaramente il fenomeno di ibridizzazione ideologica e la necessità di superare la concezione di precisa identificazione ideologica che ha caratterizzato i fenomeni terroristici di decenni passati.

Il cambiamento di prospettiva dai driver ideologici a quelli emotivi comporta un mutamento di attenzione cognitiva verso questi fenomeni che passa da una visione di nessi causali ad una visione policentrica per la quale il connubio di elementi identitari, sociali, culturali, economici, tecnologici e accesso alle risorse produce occasioni e opportunità per l’estremismo violento.

Un secondo elemento di complessità del reale risiede nel riconoscere che le emozioni percepite, esperite, attivate attraverso sapienti processi di propaganda e comunicazione, esplicitano stati di fragilità identitaria e vulnerabilità di contesto che si incontrano dando vita a forme di fenomeni violenti che solo fino a qualche anno fa erano impensabili.

Un terzo fattore è rappresentato dall’indebolimento fino quasi all’assenza delle tradizionali agenzie di socializzazione, in primis famiglia e scuola.

Entrambe rimandano alla necessità di ripensare il modo con il quale i più giovani vengono socializzati al vivere comune e alla considerazione degli altri in contesti socio-culturali sempre più deboli ed esposti al disagio.  

È questo però argomento di pedagogia nazionale e di più ampio sguardo sulle attività di intelligence che presiedono alla sicurezza nazionale e della Nazione nei contesti internazionali.

Questa non è una questione semplice perché, come ormai emerso anche dal dibattito pubblico e non solo fra esperti del settore, i vari programmi di de-radicalizzazione sembrano non dare gli esiti sperati e lasciare invece aperto il reinserimento sociale di persone precedentemente radicalizzate o coinvolte in atti estremisti come, per esempio, anche forme più drammatiche di bullismo e cyberbullismo.

A tanto sembra, soprattutto per i più giovani, non essere efficace nemmeno il divieto introdotto in Australia dell’uso dei social, che ha visto un displacement dei giovani verso social che sono ancora liberi per l’accesso ai minori di sedici anni.

In un quadro così delineato ed estremamente vulnerabile, appare sempre più utile e necessario agire verso un cambio di prospettiva, riconoscendo i fattori emotivi come elementi catalizzatori delle dinamiche di propaganda e attivatori di atteggiamenti e comportamenti violenti in contesti digitali ibridizzati ideologicamente e dal substrato socio-culturale estremamente vulnerabile e compromesso.

Infine, considerate anche le esperienze dei vari programmi messi in atto, appare sempre più utile concentrarsi su forme di prevenzione e anticipazione dei fenomeni di estremismo violento avvalendosi della consapevolezza che l’attuale contesto socio-culturale e tecnologico sta profondamente cambiando le modalità dei processi di radicalizzazione e di coinvolgimento in gruppi estremisti soprattutto delle persone più giovani.