The ENGLISH version follows below.
Negli ultimi mesi la propaganda jihadista ha compiuto un passaggio che potrebbe rivelarsi molto più significativo delle singole operazioni militari rivendicate sul terreno. Si tratta di una vera e propria ristrutturazione simbolica del centro del jihad globale.
Dal punto di vista operativo, da tempo DAESH mantiene alta l’attenzione su diversi scenari africani, in particolare con resoconti settimanali di attacchi in diverse aree delle wilayat dell’Africa Occidentale e del Sahel.
Sul versante comunicativo invece, per oltre un decennio il cuore narrativo del jihadismo contemporaneo è stato il Levante – Siria e Iraq come spazio escatologico, politico e territoriale. E qui si ha la vera ristrutturazione simbolica: oggi la produzione ufficiale di DAESH sta progressivamente investendo l’Africa di una centralità nuova, non solo operativa ma teologica.
Il punto di svolta è visibile con chiarezza in alcuni degli editoriali recenti di An-Naba e nel lungo messaggio rilasciato di recente dal portavoce di DAESH Abu Hudhayfah al-Ansari.
Dall’universalismo islamico all’empowerment degli ‘ajam
Storicamente, la propaganda jihadista ha insistito su categorie inclusive: umma, mujahidin, soldati del califfato, le Genti del Tawhid e altre. L’accento cadeva dunque sull’appartenenza religiosa, non sull’origine etnica e DAESH, in particolare, si è sempre fatto portavoce di una sorta di cosmopolitismo islamista grazie al quale tutti erano i benvenuti, purché abbracciassero la visione del mondo, dell’Islam e del Nemico imposta dal gruppo stesso.
L’arabo rimaneva però, implicitamente, lingua di prestigio e veicolo normativo e il cuore di ogni narrazione trionfalistica restava Dabiq, la piccola città nel nord della Siria, vicino al confine con la Turchia, storicamente significativa perché teatro della vittoria ottomana del 1516.
Dabiq ha sempre rivestito massima importanza escatologica per DAESH, che la considera il luogo profetizzato della battaglia finale tra i musulmani e “Roma”, ovvero gli infedeli occidentali.
Oggi la rilevanza di Dabiq non viene di certo abbandonata, ma si assiste alla costante crescita della stima e del riconoscimento pubblico per i mujahedin africani, di cui si sottolinea: Il loro arabo inciampa, ma la loro determinazione no” (An-Naba 533).
L’elemento linguistico non è decorativo: diventa il fulcro di un’operazione di ridefinizione della legittimità e il messaggio è potente: non serve essere arabi – né parlare perfettamente l’arabo – per essere i più autentici combattenti del jihad.
Questo è un cambiamento strutturale, in quanto la propaganda non si limita più a includere i non arabi dentro un progetto arabocentrico, ma li trasforma in avanguardia morale. L’Africa non è più periferia attiva: diventa vertice.
La “sostituzione”: teologia della decadenza araba
L’editoriale di An-Naba 533, ad esempio, introduce esplicitamente il tema della sostituzione divina (istibdāl), illustrando come, se un popolo viene meno ai propri doveri, Dio lo sostituisce con un altro.
Nella propaganda di DAESH, il popolo da sostituire è oggi quello arabo, inerte davanti al nemico e sovente colluso con quest’ultimo, mentre i popoli in ascesa sono gli ‘ajam, i non arabi.
Nella storia islamica il termine ‘ajam ha sempre indicato l’alterità linguistica e culturale rispetto agli arabi, popolo della Rivelazione. Non si tratta di un termine necessariamente dispregiativo, ma è sicuramente inserito in una gerarchia implicita al cui vertice risiedevano coloro che condividevano la lingua della Rivelazione.
Oggi quella gerarchia viene rovesciata: il declino del jihad in Siria e Iraq non è presentato come fallimento strutturale del progetto, bensì come conseguenza morale dell’inazione araba. La responsabilità viene internalizzata: non sono i nemici ad aver vinto, ma gli arabi ad aver abbandonato il dovere.
Parallelamente, l’Africa diventa spazio di riscrittura storica, e il discorso del portavoce Abu Hudhayfah al-Ansari consolida questa traiettoria inscrivendo la regione in una lunga genealogia islamica, richiamando figure come ʿUqba ibn Nafiʿ, Musa ibn Nusayr e Tariq ibn Ziyad – protagonisti dell’espansione islamica in Nord Africa e verso la Penisola Iberica.
Non si tratta di semplice evocazione storica, ma di un tentativo di costruire una nuova continuità narrativa: l’Africa non è nuova frontiera, ma ritorno alle origini espansive dell’Islam. Al tempo stesso, la Siria viene descritta come immersa in una fase ciclica di prova e resistenza, non come teatro perduto per sempre.
Il messaggio bidirezionale
Attraverso queste profonde trasformazioni comunicative, DAESH lancia dunque un messaggio diretto a due destinatari diversi: da un lato i combattenti africani attuali e potenziali, e dall’altro gli arabi:
I figli degli arabi restano indietro nella hijra e nel jihad, nei campi di combattimento e nelle arene della battaglia, mentre i non arabi avanzano da ogni direzione per guidare le epopee di quest’epoca e respingere l’assalto della miscredenza contro l’umma di lingua araba (An-Naba 533).
Attraverso la legittimazione “istituzionale” del baricentro africano, l’Africa non è più area di sopravvivenza del movimento o territorio in cui si estende il jihad, ma modello da imitare. Questo rafforza il prestigio delle wilayat africane e ne consolida il potenziale di attrazione. Una campagna mediatica di questo tipo insiste sul fatto che l’unica risposta possibile all’umiliazione storica dei musulmani è il jihad.
Attraverso questa retorica, DAESH fa leva su uno dei frame più potenti nella mobilitazione jihadista: quello del riscatto, declinato sia come riscatto collettivo dell’Umma sia come riscatto individuale. È una narrativa che combina vittimismo, restaurazione dell’onore e agency redentiva: un mix che in passato ha dimostrato di saper attivare non solo combattenti sul terreno, ma anche simpatizzanti isolati nella diaspora, offrendo loro un repertorio emotivo di identificazione e un percorso d’azione immediatamente disponibile. In questo senso, la centralità crescente dell’Africa nella propaganda presenta il continente come nuovo teatro di rinascita, onore e opportunità di agency violenta.
Se lo sprone verso i non arabi è basato sul rinforzo positivo e sulla narrativa del riscatto, quello agli arabi si struttura invece sulla colpevolizzazione: il declino in Siria e Iraq è anche dovuto a responsabilità interne, a chi è rimasto inattivo e a coloro i quali si sono fidati dei jihadisti riformati di Ahmed al-Sharaa.
Il jihad diventa dunque anche risposta alla corruzione morale dell’Umma, non solo alla pressione esterna, e la celebrazione dell’Africa svolge pertanto una funzione doppia: empowerment – per incoraggiare i non arabi – e shaming, per colpevolizzare le società arabe e stimolarne la reazione.
Minaccia: cosa osservare nel futuro prossimo
La progressiva de-arabizzazione simbolica del movimento potrebbe rappresentare una delle evoluzioni più rilevanti della propaganda jihadista post-Califfato.
Non siamo davanti a un semplice spostamento geografico del conflitto, ma a una riscrittura del centro simbolico del radicalismo islamista globale.
In questo quadro, alcuni indicatori meritano un monitoraggio attento nei prossimi mesi per comprendere se questa traiettoria sia contingente o destinata a consolidarsi:
- Impatto sulla radicalizzazione e sul reclutamento nelle diaspore. Quando cambia il centro narrativo, cambiano anche le traiettorie della mobilitazione. Il decentramento morale, linguistico ed etnico operato dalla propaganda – con l’abbattimento delle barriere di accesso all’avanguardia dei mujahedin più puri – apre spazi nuovi non solo al jihad in Africa, ma soprattutto al jihad degli africani come forma di riscatto identitario. Questa narrativa può risultare particolarmente attrattiva nei contesti di diaspora, e non esclusivamente tra comunità africane: il comune denominatore diventa il non essere arabi. In ambienti occidentali o asiatici, l’elemento non arabo potrebbe trasformarsi da fattore marginalizzante a leva di empowerment, soprattutto tra seconde generazioni in cerca di riconoscimento e appartenenza.
- Impatto sulla mobilitazione di individui arabi. Abbiamo visto che la celebrazione degli ‘ajam è accompagnata da una chiara colpevolizzazione degli arabi, accusati di aver abbandonato il jihad e di essersi adattati alla modernità statuale e nazionale. Questa dinamica di shaming potrebbe produrre un tentativo di riattivazione militante in ambienti radicalizzati e nel percorso di singoli individui. Sarà dunque importante monitorare eventuali segnali di risposta simbolica o operativa provenienti da teatri tradizionalmente centrali come Siria e Iraq e da individui di origine araba in contesto migratorio.
- Ulteriore decentramento linguistico nella propaganda jihadista. Un indicatore particolarmente rilevante sarà la crescita stabile e qualitativa di produzioni ufficiali in lingue non arabe (inglese, hausa, somalo, swahili, urdu). DAESH, fin dalle sue fasi di espansione, ha sempre mostrato attenzione alla dimensione multilingue della comunicazione, ma l’arabo ha sempre mantenuto una chiara centralità normativa e simbolica: lingua della dottrina, della legittimazione teologica e della definizione della linea ideologica. Ciò che oggi merita monitoraggio non è semplicemente la quantità di materiale prodotto in altre lingue, ma la qualità e la gerarchia dei contenuti: Quali temi verranno trattati in arabo e quali in inglese o in lingue africane? Le produzioni non arabe veicoleranno soltanto messaggi operativi e di reclutamento, oppure includeranno anche elaborazioni dottrinali e cornici teologiche? La narrazione dell’“avanguardia africana” verrà replicata e rafforzata nelle versioni linguistiche locali? Se le lingue non arabe inizieranno a ospitare contenuti ideologicamente centrali – e non solo adattamenti periferici – ciò indicherà che il superamento dell’arabocentrismo non è più soltanto retorico, ma organizzativo e strutturale. Un’analisi comparata dei temi e dei registri utilizzati nelle diverse lingue permetterà dunque di comprendere se siamo di fronte a una strategia tattica di ampliamento del pubblico o a una traiettoria consolidata di ridefinizione identitaria del jihad globale.
- Reazioni e competizione intra-jihadista. La ridefinizione simbolica del baricentro potrebbe innescare una risposta da parte di Al-Qaeda o di altri attori dell’ecosistema jihadista, soprattutto attraverso la riaffermazione della centralità del Levante, della Siria come spazio escatologico o della questione palestinese come asse privilegiato di legittimazione. In questo scenario, la competizione non sarà soltanto operativa – chi colpisce di più o dove – ma profondamente narrativa. Definire il “vero centro” del jihad contemporaneo significa infatti stabilire chi possiede l’autorità di interpretare il momento storico, di leggere le sconfitte e di indicare la direzione futura del movimento. È una lotta per il monopolio della legittimità religiosa e strategica. Monitorare questa competizione sarà cruciale, perché le fratture e le rivalità interne possono produrre sia radicalizzazioni ulteriori sia ricalibrazioni strategiche. Quando la disputa riguarda il centro simbolico, non è solo una questione geografica: si tratta del significato stesso del jihad e del modello di militanza da proporre alle nuove generazioni.
ENGLISH VERSION
“It Doesn’t Matter If Your Arabic Stumbles”: The Rise of African Mujahidin in DAESH Propaganda – by Sara Brzuszkiewicz
In recent months, jihadist propaganda has undergone a shift that may prove more consequential than any single military operation claimed on the ground. What is unfolding is not merely an operational recalibration, but a symbolic restructuring of the center of global jihad.
Operationally, DAESH has long maintained sustained attention on multiple African theaters, regularly documenting attacks across the West Africa and Sahel wilayat. From a communications perspective, however, the narrative core of contemporary jihadism for over a decade remained firmly anchored in the Levant. Syria and Iraq functioned simultaneously as eschatological space, political project, and territorial claim.
That symbolic architecture is now evolving, as DAESH’s official media output is progressively elevating Africa to a position of centrality that is not only operational but theological.
This shift is clearly visible in recent editorials in An-Naba, as well as in the lengthy address delivered by DAESH spokesman Abu Hudhayfah al-Ansari.
From Islamic Universalism to the Empowerment of the ‘ajam
Historically, jihadist propaganda has emphasized inclusive categories: the umma, the mujahidin, the soldiers of the caliphate, the People of Tawhid. The emphasis fell on religious belonging rather than ethnicity. DAESH in particular promoted a form of militant cosmopolitanism: anyone was welcome, provided they embraced the group’s interpretation of Islam, its worldview, and its construction of the Enemy.
Arabic, however, retained implicit normative authority and remained the language of doctrine, legitimacy, and prestige. The emotional and symbolic core of DAESH’s triumphalist narrative cantered on Dabiq—the small northern Syrian town near the Turkish border, historically significant as the site of the Ottoman victory of 1516. For DAESH, Dabiq has long held profound eschatological significance, regarded as the prophesied site of the final battle between Muslims and “Rome”—that is, Western powers.
While Dabiq’s symbolic importance has not disappeared, a parallel development is underway: increasing public recognition and praise for African mujahidin. In An-Naba 533, the message is explicit: “Their Arabic stumbles, but their determination does not.”
The linguistic reference is deliberate and not ornamental. The message is clear: one does not need to be Arab—or to master Arabic—to qualify as an authentic jihad fighter.
This represents a structural shift, as non-Arabs are no longer merely included within an Arab-centric project, they are recast as the moral vanguard and Africa is no longer portrayed as an active periphery, it is elevated to the apex.
“Substitution”: the Theology of Arab Decline
The editorial in An-Naba 533 explicitly introduces the concept of divine substitution (istibdāl): if a people fail in their duties, God replaces them with another.
Within DAESH’s current narrative, the people failing in their obligations are Arabs—depicted as passive, compromised, or complicit. Rising in their place are the ‘ajam, thenon-Arabs.
Historically, ‘ajam referred to linguistic and cultural “otherness” vis-à-vis Arabs, the people of Revelation. While not inherently derogatory, the term existed within an implicit hierarchy that privileged Arabic language and lineage. That hierarchy is now inverted.
The decline of jihad in Syria and Iraq is not framed as strategic defeat, but as moral failure and the responsibility is internalized: the enemy did not prevail through superiority, Arabs abandoned their duty.
At the same time, Africa is repositioned as a site of historical continuity. In his speech, Abu Hudhayfah al-Ansari situates Africa within a long Islamic genealogy, invoking figures such as ʿUqba ibn Nafiʿ, Musa ibn Nusayr, and Tariq ibn Ziyad—key actors in early Islamic expansion across North Africa and into Iberia.
This is not rhetorical nostalgia. It is an attempt to establish narrative continuity and Africa is framed not as a secondary front, but as a return to Islam’s expansionary origins. Syria, by contrast, is described as undergoing a cyclical phase of trial and resistance—not as a permanently lost theatre.
A Dual-Track Message
These communicative shifts serve two audiences simultaneously: African fighters—current and prospective—and Arabs.
As An-Naba 533 states: “The sons of the Arabs lag behind in hijra and jihad… while non-Arabs advance from every direction to lead the epics of this era.”
Africa is no longer depicted as a fallback zone or mere extension of jihadist activity. It is framed as the model to emulate, and this institutional recognition enhances the prestige of African wilayat and strengthens their mobilizing appeal.
The narrative draws on one of jihadism’s most powerful frames: redemption. Redemption is presented both as collective—restoring the honour of the umma—and individual. It blends grievance, humiliation, honour restoration, and moral agency. Historically, this combination has proven effective not only in mobilizing fighters on the ground but also in activating isolated sympathizers in diaspora settings. Africa is thus presented as a theatre of rebirth, dignity, and violent agency.
The messaging toward non-Arabs relies on positive reinforcement and identity empowerment. Toward Arabs, however, it is structured around blame: the setbacks in Syria and Iraq are attributed not only to external pressure but to internal failure—passivity, compromise, and misplaced trust in “reformed” jihadist actors such as Ahmed al-Sharaa.
Therefore, jihad is framed not only as resistance to external enemies but as a corrective to internal moral corruption and the celebration of Africa performs a dual function: empowerment of non-Arabs and shaming of Arab societies.
Threat Assessment: What to Monitor in the Near Term
The progressive symbolic de-Arabization of the movement may represent one of the most significant developments in post-Caliphate jihadist propaganda.
This is not simply a geographic shift: it is a redefinition of the symbolic centre of global Islamist radicalism. In this context, several indicators warrant close monitoring in the coming months to assess whether this trajectory is tactical or structural:
- Impact on Radicalisation and Recruitment in Diaspora Contexts. When the narrative centre shifts, recruitment trajectories shift as well. By lowering linguistic and ethnic barriers to entry into the “pure” mujahidin vanguard, propaganda opens new avenues not only for jihad in Africa, but for the jihad of Africans as a form of identity reclamation. This narrative may resonate beyond Africa. In diaspora environments, the shared denominator becomes non-Arab identity and in Western or Asian contexts, being non-Arab may shift from marginalizing factor to source of empowerment—particularly among second-generation individuals seeking belonging, recognition, and purpose.
- Impact on the Mobilization of Arab Individuals. The elevation of the ‘ajam is accompanied by explicit criticism of Arabs, portrayed as having abandoned jihad and accommodated national-state modernity. This shaming dynamic could trigger renewed mobilization within already radicalized milieus or among individuals experiencing identity crises. Monitoring potential symbolic or operational responses emerging from Syria, Iraq, or from individuals of Arab origin in diaspora contexts will be essential.
- Further Linguistic Decentring. A critical indicator will be sustained qualitative growth in official productions in non-Arabic languages (English, Hausa, Somali, Swahili, Urdu). DAESH has historically engaged in multilingual output. However, Arabic retained normative authority as the language of doctrine and ideological definition. The key issue now is not volume, but hierarchy. Which themes are addressed in Arabic versus other languages? Are doctrinal and theological frameworks increasingly articulated in non-Arabic media? Is the narrative of the “African vanguard” consistently reproduced in local-language outlets? If non-Arabic platforms begin hosting core ideological content rather than peripheral adaptations, this would signal that de-Arabization is not merely rhetorical but organizational. A comparative analysis across languages will clarify whether this represents tactical audience expansion or a deeper identity transformation.
- Intra-Jihadist Competition. The symbolic repositioning of Africa may provoke responses from Al-Qaeda or other jihadist actors, potentially through renewed emphasis on the Levant, Syria’s eschatological role, or the Palestinian issue as a central axis of legitimacy. Competition will be narrative as much as operational. Defining the “true centre” of contemporary jihad is ultimately about authority—who interprets history, who explains setbacks, and who defines the movement’s future trajectory. This is a contest over religious and strategic legitimacy. Monitoring this competition will be crucial, as internal rivalries may generate further radicalisation or strategic recalibration. When the dispute concerns the symbolic centre, it is not merely geographical. It concerns the meaning of jihad itself, and the model of militancy offered to future generations.
