Le relazioni internazionali stanno attraversando una fase turbolenta caratterizzata dalla rottura del fragile equilibrio che regolava il sistema stesso[1]. Come ha affermato Valori nella sua opera “Intelligence e Geopolitica” (https://www.store.rubbettinoeditore.it/catalogo/intelligence-e-geopolitica/ ), stiamo assistendo a un vero e proprio sgretolamento e alla continua ricomposizione dei blocchi strategici e geopolitici formatisi alla fine della guerra fredda.
Ciò comporta lo sviluppo di una serie di crisi che si verificano contemporaneamente in più scenari. Il vecchio ordine mondiale caratterizzato dall’equilibrio del terrore non esiste più. L’aumento degli attori nell’arena internazionale sta favorendo la crescita di numerosi conflitti, i quali sono a loro volta figli di diverse concezioni dell’ordine mondiale in contrasto tra loro come ha sottolineato Henry Kissinger nella sua opera “Ordine Mondiale” (https://www.mondadori.it/libri/ordine-mondiale-henry-a-kissinger/ )
Il Medioriente competizione regionale e conflitti irrisolti
La regione mediorientale è caratterizzata per sua natura da un quadro precario nonché dalla presenza di una serie di incognite come il mancato accordo sul nucleare iraniano e da altre questioni come il terrorismo e il conflitto Israelo-Palestinese che è riesploso con tutta la sua virulenza dopo i tragici fatti del 7 ottobre 2023. L’instabilità del quadro è stata il risultato di un progressivo deterioramento dovuto alle guerre in Afghanistan e Iraq e di altre vicissitudini che si sono verificate come ricordato da Valeria Talbot nel suo saggio “L’Unione Europea e la sicurezza”.
In questo quadrante si scontrano una serie di visioni capeggiate dagli stati sunniti che vogliono porsi alla guida del mondo islamico contro paesi sciiti come l’Iran, che rivendicano un loro ruolo all’interno della regione. La Persia si è opposta da molto tempo a una completa normalizzazione degli accordi tra paesi musulmani sunniti e lo stato ebraico, reclamando una sua completa distruzione e sostenendo il movimento di Hamas in funzione antisraeliana. Si ricordi a tal proposito quanto sostenuto da Carlo Panella nella sua opera “il libro nero del califfato” (https://www.rizzolilibri.it/libri/il-libro-nero-del-califfato/ ).
L’Iran vuole espandere la sua zona d’influenza proiettando la sua potenza nel mediterraneo ed esportando la rivoluzione sciita sul modello della rivoluzione permanente della Russia sovietica come era stato ipotizzato da Trotzky. La Persia cercherebbe di estendere il suo controllo sostenendo quei gruppi come Hezbollah in Libano che sono sorti intorno alla seconda metà degli anni Ottanta come ha ricordato Fabio Mini nella sua opera “Mediterraneo in guerra” (https://librerie.unicatt.it/scheda-libro/mini-fabio/mediterraneo-in-guerra-9788806211349-518433.html ). Infine, si segnala la presenza di altre milizie filoiraniane che operano in altri scenari come quello iracheno con le formazioni di (Hezbollah Kataib) e yemenita (ribelli Houthi). In questa grande partita ha assunto uno specifico riferimento il Qatar che ha giocato su più tavoli, sostenendo dapprima il movimento di Hamas in funzione antisraeliana e rivaleggiando allo stesso tempo con la monarchia saudita che cerca d’imporre la sua egemonia all’interno della regione del Golfo. Lo scoppio del conflitto israelo-palestinese ha messo in evidenza una particolare tattica adottata da Hamas che si è servito dello sfruttamento dei depositi di armi (che includono missili di varia gittata e numerosi arsenali) protetti da scudi umani in aree densamente abitate e a maggior impatto mediatico (scuole e ospedali) per creare, attraverso la grande rete di mass media, il massimo contraccolpo in termini di immagini alle operazioni militari dello stato ebraico. Israele ha subito un significativo indebolimento della propria immagine internazionale.
Il conflitto che vede contrapposti Israele da un lato e l’organizzazione terroristica dall’altro finisce per utilizzare molte tattiche che, nella tradizione militare, non sono definite né come guerra né come guerriglia. Le nuove guerre che Israele è stato costretto ad affrontare hanno assunto la dimensione di una guerra di attrito che non farebbe altro che aumentare la pressione interna sullo stato ebraico che non può permettersi di continuare un conflitto di lunga durata, che pertanto deve essere guidato da obiettivi precisi e circoscritti nel tempo e nello spazio. Valori ha più volte presagito quanto sta accadendo in questi giorni nell’arena del grande Medioriente.
Gli attori regionali ambigui: il caso della Turchia
L’instabilità geopolitica è altresì favorita da altri dossier aperti che delineano i rapporti oriente-occidente come quello della Turchia di Erdogan. Come ha ricordato giustamente Valori «l’Ue ha commesso un grosso errore nei confronti della nazione turca che è stato dettato dall’ingenuità», ossia la cancellazione della clausola della costituzione turca che permette ai militari di intervenire mettendo fuori luogo governi e partiti. Una scelta che è stata dettata da una vera e propria naiveté; pertanto, bisogna ripensare il ruolo della Turchia nell’alleanza atlantica in modo da ricreare un rapporto positivo tra i paesi europei e le sue forze armate.
Lo scacchiere asiatico: Afghanistan e rivalità regionali
Il quadro geopolitico è ancora reso più complesso da altre questioni come l’Afghanistan e la Cina. Il primo è concepito come una sorta di laboratorio politico che ha visto più potenze confrontarsi tra loro: basti ricordare il sostegno ai mujahiddin anticomunisti addestrati dai servizi pakistani da parte degli Usa, o il fatto che il governo di Islamabad ha sorretto, addestrato e ideologizzato i talebani, al potere dal 1996 al 2001. Il Pakistan, poi, non ha mai voluto abbandonare l’Afghanistan perché lo ritiene come una sorta di area di compensazione nell’eventualità di un conflitto nucleare o convenzionale con l’India; più in generale, i diversi interventi che si sono succeduti nel territorio hanno favorito diverse nazioni che sono riuscite a trarre dei benefici a seguito della destabilizzazione di alcune aree del paese. L’uscita dell’Isaf dal territorio afghano ha comportato la proiezione di alcune potenze come l’India che ha cercato di portare avanti la sua politica in Kashmir entrando in diretto conflitto con il Pakistan. Russia e Cina attirate dal tema della gestione delle risorse hanno provato a controllarne il sistema politico; l’Iran si è proiettato a Ovest, facendo leva sull’area a maggioranza sciita di Hazara, al centro dell’Afghanistan. Anche in questo caso si segnala un vero e proprio ridimensionamento dei paesi occidentali, che non sarebbero in grado di riportare più alcun tipo di successo.
L’ascesa della Cina: strategia economica e proiezione globale
In questo contesto di attuale evoluzione del quadro geopolitico non può mancare uno sguardo alla potenza nascente cinese, che rappresenta un vero e proprio enigma per noi occidentali. La Cina è una grande nazione, fiera della propria cultura millenaria che ha assistito all’ascesa di XI Jiping. Il nuovo leader cinese è figlio del capo della propaganda del partito comunista cinese (Pcc) e, durante la rivoluzione culturale, viene inviato nella regione dello Shanxi, dove rimane per diversi anni. L’esperienza di XI si rivela fondamentale, in quanto qui entra in contatto con le masse popolari, un passaggio considerato fondamentale nella formazione di un leader, in Cina come altrove. XI assume la figura di un presidente dai modi impeccabili, dotato di una grande cordialità appena velata dal tradizionale riserbo tipico della cultura politica mandarina.
La Cina è riuscita a muoversi in maniera sapiente all’interno dell’arena internazionale sfruttando le debolezze di alcuni paesi e utilizzando il commercio come una vera e propria arma per raggiungere un duplice scopo: proiettarsi al di fuori dei suoi confini e controllare gli stati attraverso il sistema della via della seta per ampliare la propria presenza a livello globale. Pechino ha mostrato interesse verso la questione dei porti che sono divenuti uno strumento fondamentale per costruire una rete di alleanze economiche e politiche che rafforzi il suo ruolo nello scenario globale usando il commercio come una vera e propria arma. Si ricordi l’acquisizione cinese dello scalo marittimo del Pireo assieme ai tentativi di acquisizioni di altri porti nel Mediterraneo come quelli israeliani che avevano innescato una rapida reazione da parte degli Usa e dell’India, quest’ultima aveva elaborato la via del cotone per contrastare l’iniziativa cinese. Alcuni analisti sostengono che il fallimento del proseguimento degli accordi di Abramo è anche dovuto al ruolo esercitato dalla Cina nel Medio Oriente che non guardava di buon occhio alla proiezione della potenza indiana nell’area mediorientale. Tutte queste dinamiche continuano ad esercitare dei forti impatti sulla nostra vita corrente.
La geopolitica non è solamente costituita dal grande gioco di potenze che formano parte di una serie di blocchi, vi sono anche specifiche di tematiche di natura economica e commerciale oltre a quella relativa ai dati personali che hanno delle ricadute enormi su ogni sistema paese. Per questo motivo i paesi devono sapersi adattare alle nuove sfide potenziando l’intelligence come strumento non più di semplice raccolta di dati ma come perseguimento di uno specifico obiettivo.
L’Occidente in crisi: tensioni tra stati Uniti e Unione Europea
L’unità dell’Occidente sembra essere stata messa in discussione dalla presenza di un presidente come Donald Trump che ha accentuato la profonda rivalità tra gli Usa e Ue. La Ue non è più concepita come un semplice alleato, semmai è diretto rivale. Il TTIP (Transatlantic Trade Investment Partnership), accordo commerciale di libero scambio in corso di negoziato dal 2013, ha costituito un oggetto di frizione in quanto entrambi gli attori politici coinvolti sono in concorrenza nel medesimo mercato-mondo. Il TTIP resta un progetto valido, tuttavia, può rivelarsi uno strumento controproducente perché è soggetto agli sbalzi di umore del presidente americano che utilizza la leva del commercio per condizionare le scelte politiche dell’UE. In quest’ottica si è resa necessaria la capacità dell’UE di dirigersi verso altri lidi in modo da poter aggirare gli ostacoli imposti dagli Usa.
Le questioni economiche, commerciali e geopolitiche finiscono con l’esercitare un forte impatto sui sistemi paesi che devono adattarsi rapidamente all’evoluzione di questo scenario che presenta molte incognite. I rischi che i paesi devono fronteggiare possono essere contrastati solo attraverso un rapido adattamento dell’intelligence alla singola situazione.
Nuove minacce: terrorismo, migrazioni e sicurezza dei dati
Conflitti, crisi economiche e instabilità geopolitica hanno contribuito ad alimentare in vari modi il fenomeno del terrorismo jihadista che è correlato al delicato tema dell’immigrazione irregolare e della questione dei dati personali.
Alcuni osservatori sottolineano come l’Italia, paese europeo della sponda sud abbia sostenuto un carico sproporzionato nella gestione dei flussi irregolari, respingendo nel 2013 soltanto il 36% delle richieste d’asilo a fronte di una percentuale nei paesi nordici molto più alta.
L’immigrazione irregolare, il rischio jihadista e la proliferazione di nuove tecnologie come l’intelligenza artificiale assieme al tema della sicurezza dei dati personali hanno spinto alcuni paesi a riorganizzare la propria attività di informazione e prevenzione. La Francia è stato il primo paese a sperimentare questa problematica dotandosi a favore della scatola nera, uno strumento che è stato progettato per rilevare comportamenti scorretti o pericolosi da parte di uno o più utenti delle reti. Le scatole nere non possono funzionare senza l’intervento umano, perché se è vero che esse raccolgono i dati in maniera aggregata, questi devono essere interpretati da persone qualificate. La lotta al contrasto del fenomeno del terrorismo internazionale finisce così per avere delle ricadute su temi delicati, in cui occorre trovare un equilibrio tra il diritto alla sicurezza di uno stato e il diritto alla privacy dei singoli cittadini. Siamo di fronte a un bivio. Il bilanciamento tra sicurezza e libertà rappresenta una delle sfide centrali delle democrazie contemporanee.
Conclusioni
I nostri paesi sono chiamati ad affrontare una serie di sfide che rendono lo scenario attuale pieno di incognite, per poter fronteggiare tali problematiche abbiamo bisogno di una profonda conoscenza dei vari scenari geopolitici assieme a una chiara flessibilità del sistema paese che deve adattarsi al rapido mutamento del panorama se vuole fronteggiare tale fenomeno.
[1] Joel Terracina, dottorando di ricerca in scienze giuridiche e politiche e ricercatore associato presso l’istituto di scienze sociali e studi strategici Gino Germani.
