Revised Radicalisation: nuovi scenari e prospettive future – by Barbara Lucini

Molte tribù hanno maschere che rappresentano questi animali, e quando le usano, nel corso di speciali cerimonie, credono di sentirsi trasformati, di essere divenuti corvi od orsi. Sono come bambini che giocano ai pirati o ai poliziotti; a un certo punto non sanno più dove finisce il gioco e comincia la realtà.

Ma intorno ai bambini c’è sempre il mondo degli adulti, gente che dice: “Fate meno chiasso” o “E’ quasi ora di andare a letto”. Per i primitivi non esiste un simile mondo capace di distruggere l’illusione, giacché ogni membro della tribù partecipa alle danze rituali in una fantastica gara di simulazioni. Tutti, da generazioni e generazioni, hanno appreso il significato di questi riti e ne sono così compenetrati da non avere ormai la minima probabilità di liberarsene e di giungere a considerare con occhio critico il loro comportamento. Tutti noi abbiamo credenze che accettiamo supinamente tanto quanto i primitivi le loro; e questo avviene, in genere, fino al momento in cui ce ne rendiamo conto perché è arrivato qualcuno a metterle in dubbio.” (E. H. Gombrich, Phaidon, 2008)

Questo passo tratto da “La Storia dell’arte” di Ernst Hans Josef Gombrich mostra in modo chiaro l’attuale situazione della violenza giovanile presente in molti Paesi e la necessità di ripensare al concetto di radicalizzazione e alla sua evoluzione.

Le affinità del testo di E. H. Gombrich, nato nel contesto dell’esposizione della storia dell’arte, possono essere ravvisate in base a alcune argomentazioni.

  1. Le maschere che vengono utilizzate dai bambini rappresentano la costruzione dell’identità personale, sociale e le sue rappresentazioni che da ormai un decennio vengono mediate in un contesto sociale ibrido, nel quale le pratiche di socializzazione avvengono sia nella dimensione tradizionale offline sia in quella online. La riflessione di Gombrich sulla difficoltà che esiste nella distinzione fra gioco e realtà è presente anche negli attuali eventi violenti e nel modo con il quale i giovani utilizzano la violenza come mezzo di espressione identitaria. Qui ricade la prima rivisitazione importante del concetto di radicalizzazione sistematizzato e reso di pubblico dominio nel solco degli attentati dell’11 settembre 2001 con particolare attenzione all’orientamento ideologico e religioso islamico, pur sapendo che di “radicale” si è iniziato a discutere nel corso della riforma politica del XIX secolo ed esitato nello scenario internazionale della Prima Guerra Mondiale. La comprensione dell’evoluzione storica del concetto di radicalizzazione richiede la consapevolezza dei suoi cambiamenti occorsi nella definizione del suo ambito di interesse. Infatti, i primi anni 2000 si concentrano sulla visione estremista religiosa islamica, successivamente con l’avvento dei social network l’attenzione si focalizza sulla dimensione online della radicalizzazione, spostando in questo caso il focus di interesse dall’orientamento religioso alla modalità e al contesto di radicalizzazione che in quegli anni, non del tutto a ragione, si indirizza verso la prevalente dimensione online. La medesima evoluzione è avvenuta per i luoghi considerati hub di radicalizzazione e per i quali si è passati da un’attenzione esclusiva verso le prigioni, successivamente i centri per i migranti e strutture simili e poi le scuole. Queste ultime però sempre con moderato interesse dettato per la maggior parte da resistenze culturali e ideologiche dei soggetti coinvolti. Infine, dal 2020 ad oggi si assiste ad una massificazione del concetto di radicalizzazione, il quale viene ora ad assumere molteplici sfumature sia di carattere ideologico (confrontare a questo riguardo la definizione di salad bar extremism) sia rispetto agli strumenti e ai mezzi utilizzati nei processi di radicalizzazione che ora ricadono in una dimensione di socialità ibrida che non è più specificatamente né offline né online.
  2. La seconda rivisitazione importante del concetto di radicalizzazione, si concentra sull’affermazione di E. H. Gombrich ovvero sul fatto che accanto al mondo dei bambini, c’è sempre quello degli adulti che orienta, limita, indirizza, sostiene e promuove. Un mondo però, che, come E. H. Gombrich sostiene per le civiltà primitive e arcariche, non è in grado di combattere l’illusione creata, perché tutti fanno parte di questo rituale collettivo che si perpetua e si rigenera ogni giorno con comportamenti e atteggiamenti specifici che si esplicitano nelle simulazioni e nelle dinamiche copy cat alle quali stiamo assistendo negli ultimi anni soprattutto con riferimento alla violenza giovanile. La questione centrale, non solo per E. H. Gombrich, è la compenetrazione totale che rende impossibile una considerazione critica di quanto sta accadendo e che minimizza le istanze ideologico e religiose, proiettandole invece in una dimensione emotiva che richiede di essere considerata.  Nell’alveo della riflessione sociologica, ciò significa che le varie agenzie di socializzazione in primis famiglia e scuola hanno in gran parte abdicato ad alcune loro funzioni e ruoli specifici di socializzazione e costruzione di un’identità sociale che sia fondata sui principi di rispetto reciproco e rifiuto della violenza come modalità relazionale ed espressiva. In particolare, è possibile notare l’incapacità di visione critica, per esempio, nell’utilizzo dei social network da parte dei più giovani e nelle modalità con le quali vengono socializzati a questi strumenti. Non a caso infatti un’attenzione specifica è dedicata da chi scrive alla Media Education e Media Literacy attività che hanno lo scopo di rendere i giovani consapevoli degli strumenti che stanno utilizzando e delle dinamiche psicologiche e sociali che questi possono attivare, ben consapevoli che le leggi attuate in alcuni Paesi circa il divieto di utilizzo dei social da parte dei minorenni, altro non produranno che un displacement da una piattaforma ad un’altra con la possibilità concreta di passare anche nel dark web, zona franca, tecnologicamente e per certi aspetti anche legalmente, dove tutto può accadere.
  3. L’ultima rivisitazione riprende la riflessione finale di E. H. Gombrich riservata alla possibilità di mettere in dubbio le credenze attuali, permettendo così una loro revisione critica, soprattutto quando, come nell’argomento in discussione, si tratta di gestire il fenomeno ormai esploso della violenza giovanile.

Questo aspetto sottolinea la necessità di riconsiderare gli strumenti fino ad ora utilizzati per intercettare i segnali di estremismo violento e radicalizzazione.

Si è già argomentato in modo diffuso (qui) l’utilizzo dei TRA-Is – Terrorism Risk Assessment Instruments, la loro costruzione metodologica e i loro limiti resi evidenti, per esempio, dal fatto che nascono in seno a fenomeni specifici di estremismo e terrorismo religioso di decenni passati e che, operativamente, mal si adattano a contesti sociali e culturali così profondamente cambiati.

A questo proposito, la necessità è quella di costruire strumenti metodologici nuovi e adatti agli scenari contemporanei che possano supportare l’analisi di risk assessment, intercettando non solo i segnali deboli ma le vulnerabilità conclamate e i driver emotivi che si fatica a voler vedere.

Ad oggi, infatti, i Tra-Is appaiono come strumenti superati, perché la realtà dei fenomeni ai quali si sta assistendo è ben altra rispetto a quella per i quali sono stati originati, così come le competenze richieste a chi è preposto per la prevenzione e il monitoraggio di minacce emergenti che sì, ad oggi, come i molti drammatici casi di cronaca delle ultime settimane, possono provenire anche da minorenni, figure spesso idealizzate nella cultura popolare.  

La stessa organizzazione Save the Children in un suo report (Dis)armati: l’indagine sulla violenza giovanile, tra fragilità e vuoti educativi pubblicato il 12 marzo[1] sottolinea come sia presente una certa tendenza in alcuni giovani a comportamenti mafiosi e tipici della criminalità organizzata.

Ciò è vero anche per quanto concerne forme differenti di estremismo e violenza che possono però essere comprese alla luce di driver emotivi e di contesti di vulnerabilità anche percepita.

Che cosa fare quindi in termini di policy e futuri orientamenti per una possibile de-radicalizzazione di questi giovani come nel caso del diciassettenne di Perugia legato al gruppo suprematista “Werwolf Division” e che a fine Marzo è stato arrestato con l’accusa di voler fare una strage in una scuola tipo quella di Columbine o ancora come il tredicenne in provincia di Bergamo che ha accoltellato la sua professoressa di francese con la piena consapevolezza che data la sua età non sarebbe stato imputabile?

La prima sfida importante è partire dalla revisione concettuale della definizione di radicalizzazione che se è vero che si amplia per includere fenomeni ideologicamente molteplici è anche corretto pensare che il substrato cognitivo che regge le motivazioni esplicite di atteggiamenti e comportamenti estremisti è rappresentato dai driver emotivi[2], in quanto le emozioni sono ad oggi riconosciute come quei fattori di radicalizzione– push and pull – che in decenni passati erano invece prevalentemente rappresentati da ideologie religiose, politiche e vulnerabilità economica.

La seconda sfida importante, che regge le strategie di prevenzione e contrasto a fenomeni di radicalizzazione ed estremismo violento, riguarda le attività di prevenzione che, come sopra argomentato, necessitano di nuovi strumenti più adeguati al contesto digitale e degli attuali ecosistemi comunicativi digitali. Ciò implica, non cosa di poco conto e ampiamente sottodimensionata, la formazione di personale adeguato e consapevole di questo cambiamento di approccio cognitivo, culturale, professionale.

Inoltre, vi è la necessità, ad oggi sottaciuta, del recupero di questi giovani in seguito ai reati commessi considerando con particolare attenzione i programmi di de-radicalizzazione. Questi ultimi sono stati oggetti di alcuni incontri internazionali e report rispetto alla loro efficacia e validità, mostrando un quadro italiano sufficientemente frammentato a livello di implementazione nazionale e contestualmente di efficacia che però non si discosta molto da altri Paesi europei che con approcci diversi (si ricorda a solo scopo esemplificativo la Danimarca per il suo programma Aarhus fondato su un approccio multi-agenzia; la Germania con il sistema Hayat incentrato sulla rete familiare; il Regno Unito con il programma DDP orientato al supporto individuale) gestiscono però la medesima prevalente forma di radicalizzazione, quella religiosa – islamica, aprendo poi a quella politica in particolare per l’estremismo di estrema destra.

Tutti questi programmi, seppure con prospettive differenti, hanno mostrato alcuni limiti come, per esempio, l’alto livello di cooperazione richiesto fra agenzie diverse, le difficoltà nell’applicazione legislativa per il necessario rispetto delle libertà civili e non da meno, come il caso dell’Arabia Saudita, la complicata esportabilità dei modelli che hanno legami di contesto nazionale, culturale e politico molto specifici.

Si crede quindi opportuno approntare dei percorsi di de-radicalizzazione che si strutturino attorno all’identità della persona, del giovane in particolare, e alla necessità di ricostruire il percorso di socializzazione partendo dalla considerazione degli ecosistemi digitali nei quali si è inseriti e dalle dinamiche cognitive e sociali che essi promuovono. Inoltre, considerato l’attuale milieu sociale, si ritiene utile prevedere programmi di Medica Education e Media Literacy per i giovani, le famiglie, gli insegnanti e gli educatori che siano orientati alla sensibilizzazione e alla presa di consapevolezza che le piattaforme social sono prodotti commerciali, con logiche e modalità di funzionamento particolari che devono essere conosciute e comprese per una loro adeguata fruizione e gestione.  

In questo modo, l’attenzione sarà rivolta anche alle agenzie di socializzazione, famiglia e scuola in particolare, che al momento appaiono, parafrasando E. H. Gombrich, coinvolte in queste dinamiche e con difficoltà di visione critica.

Infine, è naturale che questi percorsi debbano essere dettagliati sul caso specifico e con precise attività di recupero e riabilitazione, non tralasciando la necessità di formazione del personale coinvolto e le prospettive di medio-lungo periodo che ricadono nella possibilità di creare modelli di esempio di de-radicalizzazione efficace con ricadute effettive per un migliore clima sociale, ora degenerato e degradato in atteggiamenti aggressivi e passivo- aggressivi che stanno dominando le relazioni sociali, anche, purtroppo, dei più giovani.


[1] https://www.savethechildren.it/blog-notizie/disarmati-lindagine-sulla-violenza-giovanile-tra-fragilita-e-vuoti-educativi

[2]https://www.itstime.it/w/emozioni-e-identita-nuove-prospettive-per-comprendere-gli-attuali-fenomeni-estremisti-violenti-e-il-terrorismo-by-barbara-lucini/