L’eredità del “califfo”. Scenari e vulnerabilità di Stato Islamico dopo al-Baghdadi – D. Plebani

La continuità del potere è un aspetto fondamentale nella gestione di ogni organizzazione. (Go here for the English version.) Questo principio risulta tanto più importante per il gruppo Stato Islamico, configurato intorno all’idea stessa di “califfo” secondo una propria interpretazione della “metodologia dei profeti”[1]Alla luce della dipartita di al-Baghdadi e del portavoce al-Muhajir, diverse sono le domande da porsi: come sarà gestita la transizione del potere? Chi e quali compiti avrà il nuovo “califfo”? Quali le conseguenze per il gruppo? Per una comprensione più profonda è necessario analizzare non solo la persona di al-Baghdadi ma soprattutto le caratteristiche che la “carica” di “califfo” comporta nella declinazione fornita da IS, così come le ricadute sul gruppo alla luce della sua evoluzione.

Il “califfo” Al-Baghdadi: “imperatore” o “shogun”?

L’importanza della carica di “califfo” nell’organizzazione di IS è dibattuta. Costretto a spostarsi di continuo, probabilmente con un contatto assai limitato con i suoi luogotenenti, ci si potrebbe chiedere se in realtà la figura di al-Baghdadi non fosse ormai divenuta quasi più simbolica che operativa. D’altro canto, le maggiori iniziative di IS avvenute tra il 2018 e il 2019 sono passate attraverso la sua voce e nel videomessaggio diffuso a fine aprile 2019 era mostrato nell’atto di revisionare dei dossier su diverse wilayat (province) del “califfato”: al di là della sua effettiva capacità di gestire la struttura IS, questo è stato un messaggio comunicativo forte soprattutto alla luce dei diversi episodi di opposizione interna che sembrano essere recentemente avvenuti[2]. La verità sulla sua figura verte probabilmente nel mezzo: capo incontrastato nei primi anni del “califfato”, è possibile che nel tempo si sia dovuto adeguare alle mutate circostanze e ridimensionare il suo controllo diretto sull’organizzazione. Oltre alle pressioni esterne tuttavia anche divisioni interne come le opposizioni sopraelencate potrebbero aver costretto al-Baghdadi a ritirarsi progressivamente per motivi di sicurezza.

Per attenuare la mancanza di una catena di comando e controllo diretta sino al vertice, IS ha quindi provveduto a diffondere linee guida strategiche assai ampie: sono così emerse le strategie della “guerra d’attrito” e le “campagne militari” (come quella della “Vendetta per lo Sham”) che hanno caratterizzato il 2019. Fondamentale in questo senso è stata la comunicazione, in grado di raggruppare in più filoni coerenti le centinaia di azioni militari e attentati che presi singolarmente sarebbero andati altrimenti dispersi. Questo ha permesso e permette tuttora alla leadership IS di poter fornire ai suoi operativi bersagli e modalità verso cui convogliare i propri sforzi, anche in assenza di frequenti ordini dal vertice.

La successione: una duplice occasione per i nemici di IS

Il dilemma della successione non è di poco conto e riguarda un aspetto contemporaneamente metodologico e pragmatico. Per assurgere a carica di “califfo” IS ha ricalcato alcuni requisiti come ad esempio la discendenza dalla tribù Quraysh[3], insieme ad altri elementi riportati nel primo numero del magazine Dabiq. Questo significa che se da una parte è stato possibile per IS attribuire un tale lignaggio ad al-Baghdadi (il che solleva ovvi dubbi sulla sua attendibilità), lo stesso non può dirsi automaticamente per il suo ipotetico successore. In altre parole, IS si trova teoricamente intrappolato all’interno della sua stessa pseudo-teologia. Ovviamente, per IS falsificare il requisito è possibile ma offre il fianco a una formidabile contro narrativa da parte delle forze anti-IS che dovrebbe essere colta il prima possibile, essendo la “legittimità” di IS costruita su di una metodologia venduta come saldamente ancorata alla correttezza della religione. Se si riesce a provare sin dal principio che il successore di al-Baghdadi risulta manchevole in alcuni requisiti, si mina sul nascere la sua autorità e si offre l’occasione per altri aspiranti candidati di fare un passo avanti, erodendo “l’unità” di un gruppo assai variegato culturalmente e geograficamente che ha nel “califfo” il suo unico punto di raccordo effettivo. La seconda riorganizzazione di IS infatti è cominciata con il videomessaggio di al-Baghdadi nell’aprile 2019: da quel momento tutti i wilayat e i gruppi di IS hanno diffuso filmati dei propri giuramenti al “califfo” più che all’organizzazione. Sottigliezza non da poco e che permette ulteriore spazio di manovra (anche “giuridica”) ad eventuali pretendenti o “separatisti”, così come al controterrorismo. Decine di gruppi si sono uniti ad IS nella sua fase di conquista ma ora la perdita di gran parte del territorio, la morte del suo capo e la pressione militare su ogni fronte potrebbero rinforzare spinte centrifughe e portare alcuni gruppi all’autocefalia o alla secessione specialmente nelle province più giovani e prive di un ancoraggio solido con IS centrale oppure, al contrario, in quelle più strutturate e ambiziose. Inoltre, se le linee di approvvigionamento finanziario verranno a mancare insieme al collante ideologico, le crepe tra la leadership IS e le sue province potrebbero allargarsi con evidente vantaggio dei suoi nemici sia dentro che fuori la galassia jihadista, aprendo alla possibilità di defezioni e/o riconciliazioni. La reazione di al-Qaeda in questo senso sarà fondamentale, considerando il reiterarsi da parte di Aymann al-Zawahiri di appelli all’unità[4]. Date le varie incognite e vulnerabilità, non è escluso infine che IS opti per una soluzione collegiale ad interim in attesa di un candidato idoneo o per esercitare de facto il potere.

Sfruttare le vulnerabilità di IS

La caduta del vertice di IS, operativo o simbolico che fosse, per quanto gravosa può in ogni caso essere riassorbita dal gruppo. Avendo previsto la propria disfatta sul territorio, non risulta plausibile credere che la leadership e soprattutto il suo apparato di sicurezza – comprendente ad esempio alcuni operatori dei servizi segreti sotto Saddam Hussein – non abbia considerato la possibilità della dipartita del “decisore politico”. Tuttavia, IS è una struttura fortemente dipendente dalla comunicazione e la dipartita del portavoce al-Muhajir pone il gruppo in una posizione critica, venendo a mancare la seconda voce più autorevole in seno alla formazione nonché la più adatta ad annunciare il nuovo “califfo”. Impossibile poi ricorrere al canadese Abu Ridwan, “voce di IS” in arabo e inglese in molti dei principali prodotti di punta di Stato Islamico come i due “kolossal” Flames of War e la serie Inside the Khilafah, arrestato nel febbraio 2019. Molti colpi di Stato hanno preso di mira i canali di comunicazione – radio, televisioni, ministeri – quali bersagli privilegiati: esercitare la massima pressione sulla comunicazione di Stato Islamico in questo particolare momento potrebbe creare un’ulteriore distanza tra la leadership di IS, i suoi operativi e i suoi simpatizzanti, portando confusione nei loro ranghi e affievolendo la sua capacità di ripresa.

In conclusione, le morti di al-Baghdadi e di al-Muhajir non costituiscono di per sé la fine dell’organizzazione ma forniscono le condizioni ideali per colpire più in profondità il gruppo, paralizzandone la struttura. Prendendo in prestito un’espressione del gioco degli scacchi, la morte di questi due attori costituisce uno scacco al re, non uno scacco matto: la minaccia permane, sia nella sua forma attuale che nella sua legacy. L’eredità di al-Baghdadi sarà probabilmente materiale di propaganda per l’organizzazione e fonte di ispirazione per nuove leve, anche a distanza di tempo, anche dal punto di vista tattico: il gruppo potrebbe inoltre capitalizzare la perdita, trasformandola in un fuoco per ravvivare le braci dell’organizzazione, forse con un’apposita campagna atta a rilanciarsi. IS dovrà tuttavia calibrare attentamente questo lascito, soprattutto per non mettere in ombra il prossimo “califfo” e di conseguenza offrire armi ai suoi avversari.

[1] Concetto ampiamente trattato sin dal primo numero di Dabiq, il primo magazine globale di IS pubblicato nel luglio 2014.

[2] Al riguardo si rimanda all’ottima serie di articoli di Aymenn Al-Tamimi all’indirizzo http://www.aymennjawad.org/articles/ . L’immagine fornita di un “califfo” aggiornato dai suoi sottoposti appare comunque più un espediente narrativo che un riflesso della gestione del potere in seno a IS.

[3] Requisito proprio della confessione sunnita ma non unanimemente condiviso all’interno della religione islamica.

[4] Considerando che al-Baghdadi è stato ucciso in un’area notoriamente sotto l’influenza di al-Qaeda, è possibile al contrario che i rapporti tra le due organizzazioni precipitino. Una comunicazione opportunamente indirizzata da parte del controterrorismo potrebbe agevolare questo scontro e prevenire il rafforzamento di una delle fazioni.